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sabato 25 febbraio 2012

E queste me le chiami scuse?

Ciao, volevo chiederti scusa per come mi sono comportato quella domenica, comunque puoi andare a casa di tua madre quando vuoi ed evita di fare la vittima visto che hai cominciato tu.

martedì 7 febbraio 2012

San Valentino

Mio nonno mi chiamava solo una volta l'anno: per il mio onomastico.

La sera del 14 Febbraio squillava il telefono di casa dei miei mentre eravamo tutti a tavola e mia madre, che sedeva alla mia destra e alla destra di mio padre, mi lanciava un'occhiata e diceva: "Vai a rispondere, è tuo nonno che ti fa gli auguri". Io, 'a verità, entravo un po' in panico: anche a 900 km di distanza avvertivo quella sensazione di disagio e soggezione che mio nonno suscitava in me di persona, quando per tre settimane l'anno stavamo accampati a casa sua in agosto, per quelle che sono state le mie vacanze estive, nei primi 14 anni della mia vita.

Sì, perchè mio nonno era un omone: non altissimo ma molto grosso, aveva un pancione e delle braccione e manone (o almeno così mi sembravano quand'ero una bambina timida e silenziosa al limite dell'asocialità), che quando mi si avvicinava per rivolgermi la parola nel suo dialetto grezzo, scevro di fronzoli e tenerezze, mi faceva sentire smarrita e mi paralizzava finchè qualcuno non veniva in mio soccorso. Però, quando la sua bocca accennava appena a distendersi in un sorriso, molto raro con i bambini, ti faceva squagliare ogni liquido corporeo.
Non è che non capissi il napoletano, anzi: era la "lingua" che i miei genitori usavano in casa da sempre. Quello che mancava tra noi era la comunicazione affettiva. Non capivo quanto fosse a suo modo affabile anche se burbero. Nei miei incubi di bambina, era colui che appena nata, dopo giorni di pianti isterici che mia madre placò infilando i plasmon nel biberon del latte caldo, esasperato sbottò: "Ma perchè non la vendi al mercato 'sta creatura!?", con quell'ironia paradossale tipica del napoletano, altrimenti detta "arte d'arrangiarsi". Crescendo, quando iniziavo ad acquisire carattere e sicurezza in me stessa, stabilimmo anche un rapporto onesto e quasi alla pari: ricordo che lo stupivano la mia irruenza e determinazione.

Insomma, mi alzavo e andavo in corridoio dove stava il telefono fisso, non esistevano ancora i cellulari e nemmeno avevamo il cordless:

"Pronto?"
- Valantì? Sei Valantì? (perchè in napolenato "en" si pronuncia con un nasale "an", come in francese)
"Sì, nonno, sono io, ciao"
- Eh... oggi è 'u nomme tuo, è vero? (è il giorno del tuo nome)
"Sì, nonno, è San Valentino"
- Auguri Valantì!
"Grazie, nonno"
- Stai bene?
"Sì, 'u no', sto bene e tu?" (sì, nonno)
- Anch'io, anch'io. Allora stamm' buono e saluta a mamma e papà

E riagganciava.

Faceva il cuoco sulle navi con cui ha girato tutto il mondo. Da quando era in pensione, usciva in barca tutte le mattine alle 5 a pesca di polpi. Ne prendeva sempre qualcuno, rientrava in porto che il mercato del pesce era nel vivo, faceva il giro dei banchi e tornava sempre a casa con i frutti di mare freschi che mangiavamo a pranzo, quasi sempre crudi, solo spruzzati di limone.
Mio nonno "sapeva" sempre di pesce e acqua salata, aveva la pelle cotta dal sole, il volto rugoso, gli occhi chiarissimi e curiosi, una grande testa pelata. Lo chiamavano Rafele 'O Capicchione (Raffaele Il Capoccione). Si fermava e ti guardava con l'espressione interrogativa di chi ha ancora voglia di conoscere altri dettagli.

Tutti i suoi nipoti primogeniti maschi hanno preso il suo nome, tranne mio fratello.
Tutte le nipoti femmine hanno preso il nome di mia nonna, tranne me.
Niente di strano: nell'economia di quella famiglia noi eravamo "I Torinesi", gli unici nipoti nati in una città diversa da Napoli.

Mio nonno è morto nel 1998. Da allora non sento più la sua voce allegra che piomba in mezzo alla cena di San Valentino per dirmi solo: "Valantì, sei tu? Auguri!"

martedì 31 gennaio 2012

Delirium Tremens (non da alcool)

Stanotte sono stata su un pianeta più lontano del solito.
Mi sono svegliata battendo i denti dal freddo alle 3 & mezza circa, mi sono vestita tutta sopra la camicia da notte: prima il pantalone della tuta nero, poi il pile gigante bianco che mi regalò Daniele quando andai a Pesaro la prima volta, solo che allora era perfetto e nuovo, ora è pieno di buchi, sembra aver fatto una guerra (e averla persa) con i lapislazzuli artificiali delle mie sigarette rollate, infine i calzettoni spessi e per non rischiare mi sono anche avvolta in una coperta gialla di pile e via di nuovo sotto il doppio piumone.
Ma nemmeno così c'è stato verso di smettere di tremare.
Allora ho capito che avevo la febbre (lo so, bastava toccarmi la fronte, ma in piena notte non sono così lucida da fare pensieri così logici). Ho preso una tachipirina e mentre ingoiavo e bevevo un goccio d'acqua per mandarla giù più in fretta mi tremavano anche le ciglia! Mi sono rinfilata a letto e in pochi minuti sono stata sopraffatta dal sonno, ma un paio d'ore dopo ho dovuto rifare tutto al contrario: ero così marcia di sudore che ho dovuto spogliarmi e cambiarmi tutta.
E vogliamo mica farci mancare lo sfaldamento dell'endometrio?
Quando è squillata la sveglia avevo la fronte fresca e una gran fame.
Ho messo su la caffettiera, ho mangiato un cornetto e bevuto un succo di frutta all'albicocca e con lo sguardo perso nel vuoto ancora abbacinata nel tentativo di ricostruire nella mente la strana nottata, ho rivisto all'improvviso l'immagine di mio padre col cappotto pesante e la coppola in testa che scende in garage a prendere l'auto, la porta su, davanti al cancello chiuso di casa, la tiene accesa perchè si scaldi, mentre aspetta mia madre. Lei scende ed io la guardo da dietro il vetro della finestra della mia stanza, mentre attraversa il cortile nel suo paltò color cammello, finchè non sparisce dentro la macchina e penso a quant'è bello, d'inverno, entrare in un'auto già calda.


PS: Anche se non è del tutto accertato, Edgar Allan Poe morì in seguito a una crisi di delirium tremens, come riportò la diagnosi del nosocomio di Baltimora nel quale morì il 7 ottobre 1849.

PS2: "laspislazzuli" sta per "lapilli", lo so che significa tutt'altro, ma la parola mi piaceva troppo per non usarla.

lunedì 23 gennaio 2012

Ineluttabile

La testa indolenzita e la bocca dolorante.
Un senso di vergogna e il freddo che mi investe a ondate,
come gli schiaffoni che ho preso,
in piena faccia,
uno, due.
Ho tentato di reagire,
difendermi,
fino al terzo:
mi è sembrato che la mascella si spostasse lievemente,
la paura mi ha bloccata.
E zittita.
L’umiliazione che provo è disarmante.
Sono stanca di affrontare tutto da sola,
non sono così forte.

domenica 22 gennaio 2012

Fuckin' Sunday

"Butta fuori di casa questa zoccola!"

Quando sei cresciuta con un fratello così,
certe domande diventano superflue,
capire il senso delle cose un esercizio di stile,
stare al mondo un filo pesante.

Turn off the light.


[Dolore assurdo alla bocca, merda...]

sabato 24 dicembre 2011

Comunque

Pà,
la vigilia di natale senza di te
è sempre un bello schifo.

Ostriche e Vermentino di Sardegna.

martedì 28 giugno 2011

Da qualche sera

Da qualche sera mi chiedo se mio fratello si sentisse così
quando si chiudeva in casa da solo a sciogliere pepite di coca da fumare
se ne sentisse così tanto il bisogno
se si sentisse così solo
se pensasse "Almeno per stasera sono a posto"
e domani chissà...

Mi chiedo cosa provasse mio padre
quando si scolava l'ennesima bottiglia di vino
seduto a tavola da solo davanti alla TV
e la mente si offuscava
a cosa pensava
a cosa non pensava più.

Se sentisse la sua vita così inutile
i suoi sogni così persi
i suoi principi così indigesti.

Da qualche sera...

sabato 11 giugno 2011

Mentre fuori piove

La tristezza in questi giorni non accenna ad abbandonarmi.
All'improvviso ti capita un imprevisto che non avevi calcolato e il tuo mondo va in pezzi perchè a puttane è finita la tua autonomia, hai bisogno d'aiuto, non vorresti chiederlo ma devi e ti senti fragile e vulnerabile.
La tua famiglia ti volta le spalle, sai che se ci fosse ancora tuo padre sarebbe diverso e soffri il doppio, percepisci la sua assenza più di sempre e vorresti gridare che non è giusto.
E tante piccole cose che di norma lasci scivolare via assumono un'importanza diversa, ti guastano l'umore, ti fanno sentire quel sapore acre di fumo in gola quando qualcosa brucia, qualcosa dentro di te, le tue convinzioni.
Ti ritrovi sveglia di notte a pensare a tutte le persone che sono passate nella tua vita, ti senti un po' fortunata un po' persa e vorresti poter dire ad ognuno quello che non hai fatto in tempo, tempo scaduto: non si può.
Piove, incessantemente, fuori e dentro di te.

lunedì 22 novembre 2010

L'ultimo respiro

Ti ho visto un pomeriggio
caldo e ventoso di maggio
emettere il tuo ultimo respiro.
Ero lì,
tenevo la tua mano nella mia
mentre ti guardavo respirare
sempre più lentamente
sempre più faticosamente.
Nella mia follia ho chiamato aiuto,
quando ho visto gli ultimi aneliti di vita
arrancare sulle tue labbra,
attraverso le tue narici,
i tuoi occhi chiusi da due giorni,
Un'immagine fissa nella mente:
il tuo sguardo,
lucido e cosciente puntato su di me,
stranito,
diceva:
"Che ci faccio qui?
Portami via".
E un attimo dopo sei sparito,
senza darmi il tempo di parlare.
Me lo porto con me,
quell'ultimo messaggio,
è sempre con me,
quello sguardo che mi manca come ognuna delle tue risate,
delle tue parole,
quelle dolci e severe,
ironiche e affettuose.
Preoccupate.
Rabbiose.
Dure.

Mi mancano tutte, pa'.

Hai inspirato con tutte le tue forze,
attraverso quel corpo gracile,
ridotto a poche ossa,
cercando disperatamente l'aria,
l'aria che non c'era più,
non per te.
In quell'ultimo tentativo il tuo respiro si è fermato a metà,
la tua bocca è rimasta aperta,
tutto si è congelato.
Fino a quando dal più profondo degli abissi della mia anima
è risuonato un lamento che arrivava da lontano,
da un mondo che non c'è,
un mondo che non c'era prima di quell'istante,
ma che è stato dentro di me tutta la vita.
Per affiorare,
alle tre in punto,
di quel ventoso caldo pomeriggio di maggio.

Mi è entrato nelle ossa e nella carne
e non mi lascia più,
pa'.

martedì 18 agosto 2009

Ma...mma

Mi sono lasciata straziare ancora dal tuo gelido sguardo,
dalla tua rassegnata immobilità,
dalla tua finta indifferenza.

Ti ho provocata, insultata, ignorata.
Non mi basta.

Sei troppo lontana,
non posso più perdonarti,
scusarti,
amarti.

Tu mi fai male.
Io, non sono stata tua figlia mai.

Non pronuncerò più il tuo nome.


Sei l'unica che vorrei ...

martedì 24 febbraio 2009

Rottura senza separazione

Ancora sogni rivelatori ...

Sei arrivata tardi e non hai partecipato al pranzo?
Sarai rimproverata!
Non sei come vogliono loro?
Non sarai coinvolta!
Non ti comporti secondo i loro schemi?
Sarai esclusa!

E ti senti di nuovo in colpa per tutto il bello che ti accade. E ti chiedi se lo meriti, come se l'amore fosse un territorio da conquistare e non un dono.

Ma chi sono le persone che ami?
Quelle che ti permettono di essere come sei,
senza maschere,
senza ipocrisia,
senza pretese,
Quelle con cui sei TU,
con tutte le tue fragilità
senza il timore di essere rifiutata.

Prigioniera di te stessa, degli schemi che non sono tuoi, di quella dipendenza che hai coltivato per sentire un senso di appartenenza che non hai provato mai.

sabato 3 gennaio 2009

Scoperte

Oggi rivedo mio zio, il minore dei fratelli di mio padre.

Quello che mi contatta su facebook e mi scrive: "Nipò, quant stai bell vestut 'a motociclista!"

Quello che quando sono arrivata in ospedale quel giorno, con il mio braccio al collo e un padre in fin di vita, mi ha rimproverato con rabbia per non averlo avvisato prima.

Quello che poi ha guardato dentro i miei occhi e piangendo mi ha stretta a sè. Senza bisogno di aggiungere nulla.

Quello che qualche ora dopo la morte di mio padre mi ha accompagnata a comprare il pane: "Spicciati! Chè il supermercato chiude".

Quello che dopo cena ha voluto guardare le foto di noi, di mio padre e abbiamo riso per ore.

Quello che l'ultima volta mi ha detto: "Gli amici sono importanti, Valè, tu ne hai di amici? Amici veri, intendo. Non li perdere".

Quello che mi chiama Valè, sì, con l'accento!

lunedì 24 novembre 2008

Una domenica in famiglia

Sono entrata in una casa, quella dei miei zii, e ho trovato mia madre e mio fratello che non vedevo da almeno un mese. Con mia madre l’ultima volta avevo anche litigato.

Sono entrata nella stanza con un sorriso e ho detto “Ciao”, ma nessuno mi ha risposto. Non si sono nemmeno voltati a guardarmi. Il massimo del disprezzo, giusto, mamma? Il miglior disprezzo è la noncuranza, no? Me lo insegni da sempre.

Ho fatto buon viso a cattivo gioco per ore, finché non sono riuscita a trattenemermi di fronte all’ennesima lamentela di mio fratello: questa volta si trattava di quanto fosse lento il PC portatile che gli ho regalato l’anno scorso. Era il mio, un po’ vecchio, che gli ho ceduto perché obbligata da mia madre quando ho comprato quello nuovo. Gli ho fatto notare che visto che non aveva speso un soldo per averlo, avrebbe potuto almeno evitare di lamentarsi. Lui ha iniziato a sbrodolare qualcosa, ma io non lo stavo più ascoltando: m’ero voltata verso mia zia che aveva iniziato a parlare d’altro, sperando che capisse che non volevo aprire polemiche con lui.
Ma lui non ha gradito che lo ignorassi. Pian piano è esploso e ha riconquistato la mia attenzione urlando insulti, pieno di livore contro di me.

Mi sono voltata a guardarlo: ho trovato nei suoi occhi odio e disprezzo, continuava a urlare, come un disco rotto, che dovevo andarmene da quella casa. Ho sorriso, gli ho fatto notare che non ero sua ospite, non aveva alcun titolo per cacciarmi.

Nel frattempo i miei zii sono intervenuti per placarlo ma lui sembrava inarrestabile e quando si è reso conto che non mi sarei mossa da lì, si è alzato e, ripetendo senza sosta “sei una pezzente, devi morire da sola, non posso più stare a tavola con una persona del genere”, ha indossato la giacca per andarsene.

C’è stato un momento di grande confusione in cui mio zio tentava di trattenerlo, mia zia di calmarlo, lui vomitava di tutto contro di me, io rispondevo alle sue accuse, lui minacciava di picchiarmi se non fossi stata zitta.

Mio zio l’ha portato fuori per parlare con lui e calmarlo.

Sono rientrati in casa insieme ma solo per prendere la sua roba e mia madre e andarsene definitivamente.

Non ho più aperto bocca, mentre lui raccoglieva i regali di compleanno e aspettava che mia madre si infilasse la giacca. Nonostante il mio assoluto silenzio e quello di tutti gli altri, ha ripreso a insultarmi, con tutta la rabbia che aveva dentro.

Finalmente l’hanno portato via.
Io sono rimasta lì, con i miei zii.

Per l’ennesima volta mi sono sentita dire che io sono più intelligente e matura, per questo non avrei dovuto rispondergli. Ma io mi sono ribellata a questo discorso: non è più accettabile che io resti in silenzio di fronte a certe cose. Non mi pento affatto e non mi sentirò in alcun modo responsabile della sua furia perchè la mia reazione è stata civile, le mie risposte non sono state insulti alla persona che avevo di fronte, ma argomentazioni concrete contro le sue accuse.

Come altri nell’ultimo periodo, anche mio fratello ha tentato di denigrarmi in ogni modo: con gli insulti, con le accuse ingiuste e ingiustificate, infine ridicolizzandomi: “Tu sei troppo altolocata per me! Scendi un po’!”, a cui ho risposto che sono stanca di scendere al suo livello, sarebbe ora che provasse lui a salire.

Questi sono i fatti.
Sono troppo esausta per parlare anche di come mi sento.
Sicuramente adesso sono più calma.
Ma la devastazione che provo dentro non è descrivibile.

martedì 23 ottobre 2007

Lutto

la morte.
la perdita.
l’abbandono.

nella mia famiglia siamo in 4.
... eravamo in 4 ...
nella mia famiglia c’è sempre stata una divisione: da un lato mia madre e mio fratello.
dall’altro mio padre ed io.

mia madre sempre di parte, sempre pronta a difendere mio fratello, come una fiera che protegge il proprio cucciolo. sì, mia madre è una donna molto istintiva.
mio padre, invece, uomo: frutto di principi e di razionalità, di obiettività.
mi adorava, ma mi difendeva solo quando era giusto, o quando era troppo evidente la mia ragione, palese l’ingiustizia. altrimenti, per quieto vivere (con mia madre, e con quel figlio maschio così problematico, con cui desiderava un rapporto tra maschi che non ha mai potuto avere) si metteva in disparte, temporaneamente.

è morto.
tumore al fegato.

simbolicamente penso che soprattutto dalle sue parti (era napoletano) significhi che “si è mangiato il fegato”. in realtà è stato il fegato a mangiarsi mio padre. l’ultima volta che l’ho visto, la sua pelle era gialla, il suo corpo ridotto alle ossa.
l’ho visto soffrire, esalare l’ultimo respiro con una fatica immensa.
nella mia vita non avevo mai pensato al giorno in cui avrei perso mio padre.
stare senza di lui è intollerabile per me.
non ci riesco a stare senza di lui.
mi ha strappato via tutto l’amore che avevo dentro.

lui mi chiamava “chicca” a volte. e io mi sentivo così fiera. anche a 30 anni mi scioglievo quando pronunciava quelle parole: “la chicca di papà”.
non capisco e non accetto, perché tra tanti dolori ho dovuto subire anche questo.
non ero pronta, mi ha sorpreso così tanto che non ho fatto in tempo a dirgli nulla.
sono stata con lui per ore, prima che morisse, senza parlare, guardandolo soffrire, scappando dalla sua stanza ogni volta che sentivo il bisogno di piangere, come se mi vergognassi davanti a lui. lui che mi parlava e mi comprendeva, lui che mi ascoltava.
lui che mi amava. lui che era sempre orgoglioso di noi. comunque.

non sono nemmeno riuscita a darti un nipote. scusami.
sono stata così inconcludente.
non sei stato nemmeno nonno. mi dispiace.
eri un uomo del sud, ma hai accettato ogni mia scelta, anche quelle che faticavi a comprendere, come la convivenza al posto del matrimonio, la mia decisione di andarmene e vivere da sola.
quando entravi nella mia casa l’ammiravi e ammiravi me.
adoravi la mia casa.

non squillerà più il mio telefono .. con te all’altro capo del filo.
non sentirò più le tue chiacchiere e le tue risate.

gli ultimi anni sono stati così duri per la nostra famiglia che a volte sono felice che tu non debba più sopportare il peso di certi problemi, l’ansia con cui vivevi certi avvenimenti.

reinventarmi una vita senza di te è la prova più dura.

quanto mi hai mandato fuori di testa, negli ultimi tempi .. con i tuoi dubbi, le tue ansie, le tue domande.

l’ultima frase che hai pronunciato con me, al telefono, quel sabato, mi rimbomberà nella testa per sempre: “mi sento ancora un po’ giù”.

non hai avuto il coraggio di dirmi che stavi morendo, anche se lo sapevi.

mi hai protetta per l'ultima volta, ma io lo sapevo, papà, lo sapevo che stavi morendo e abbiamo recitato pensando di soffrire meno.

avrei voluto salvarti ma non ce l’ho fatta.

tuo fratello aveva ancora tante cose da dirti. era incazzato e se l’è presa con me, perché io sono la più forte di questa famiglia. ma poi ha capito e mi ha abbracciato, abbiamo pianto e mi ha chiesto scusa.
e la sera, la sera abbiamo riso e scherzato, guardando quelle foto, anche se tu non c’eri più, da qualche ora.
sono felice che quella sera abbiamo saputo ridere. come facevi tu.

PS: al tuo funerale c’era un mucchio di gente .. ma tu lo sai, la gente ti adorava.