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giovedì 26 luglio 2012

Dentro

«Scrivere e vivere sono i due estremi della stessa corda. Due risposte differenti ma ugualmente buone alla stessa domanda. E perciò devi scegliere di usarne solo una per volta, non le puoi usare insieme. Però puoi usarne una per amministrare l’altra e muoverti nel trascorso scomposto e lacerato».

Sandro Bonvissuto | Dentro, Einaudi 2012

martedì 11 ottobre 2011

Fiorentinata 2011

Ho viaggiato per chilometri sulla mia carrozza d'argento al ritmo di rap nero americano con la temperatura esterna che aumentava ed io tiravo su le maniche del vestitino a fiori verde e nero e ogni tanto rollavo una sigaretta e lasciavo entrare il mondo da un finestrino abbassato, ma poco.
Ho il condizionatore in auto, l'ho usato per tenere fresco l'ambiente e non farmi cogliere dalla sonnolenza e un po' di noia, fino ad avere quasi freddo, le gambe nude e i soliti stivali comodi.
In autostrada ho saltato l'uscita giusta ma non mi sono preoccupata, sono tornata indietro e imboccato la statale fino a Tavarnelle, di fronte a me l'albergo mi aspettava silenzioso, immerso nella penombra delle sei del pomeriggio, adagiato sulle colline verdi e paglia.
La barba rossiccia sotto il casco aperto, il rombo familiare di un motore, un sorriso aperto e sincero e la prima battuta della giornata toscana: "Sei scosciata!".
La chiave della stanza, una rinfrescata veloce e il cambio d'abito, fa già fresco ed io mi vesto un po' di più. Scendo e incontro una donna e un fanciullo, gli amici che hanno permesso tutto questo, questo incontro a cui avrei dovuto rinunciare per mancanza di fondi e compagnia. Abbracci e baci, veri e spontanei, sorrisi complici e battute spicce chè ci si capisce al volo e ci si vuole bene e lo si sa.
Trasferimento per la cena e l'accoglienza è di quelle che nemmeno lo speri: volti noti che ti sembra di conoscere da una vita e invece ci si è visti appena due o tre volte, qualcuno anche una sola, ma le labbra si schiudono in automatico quando ti riconoscono sotto la cascata di ricci e dietro l'abito borghese. E tu loro, con la meraviglia di un senso di appartenenza che ritrovi e riassapori e ti senti ogni minuto più rilassata, semplicemente a casa.
"Come stai? Tutto bene? Che bello rivederti!"
Via via sfilano le moto di chi ritorna dal girello tra le curve del Chianti, un paradiso per chi, come me, lascia che a muovere la propria anima siano due ruote e un motore. L'atmosfera si scalda, l'aria si riempie di risate e chiacchiere e del fuoco che arde già sotto la griglia accanto alle fiorentine impilate e crude, sono così grosse che invitano a un rispetto regale.
In pochi minuti lo spazio si fa più stretto, più pieno di facce e corpi che stimolano un abbraccio, un sorriso, occhi che si spalancano, braccia che ti sollevano al cielo, macchine fotografiche che scattano a ripetizione, gruppi in posa, altri inconsapevoli d'essere fermati in un attimo e per sempre da un click rapido e silenzioso.
Ci chiamano a raccolta, ci sistemiamo a tavola e quest'anno ci sono gli amici che mi tengono il posto, che danno per scontata la mia presenza, l'anno passato mi si minacciava di lasciarmi in piedi quasi dovessi elemosinare il mio spazio, e il primo brindisi è per chi ogni anno realizza tutto questo e non si aspetta nemmeno un grazie.
Non bevo quasi nulla, non ho bisogno di espedienti per sentirmi a mio agio qui, 'stasera, sono serena e ho voglia di guardare ed ascoltare, più che di parlare. Mi sento dentro tutto questo e tutti loro più di quanto avessi potuto sperare, non avevo aspettative, non avevo immaginato chi, come, cosa: sono partita spinta da un richiamo che ho seguito senza farmi domande.
La serata ha un solo difetto: scorre via così veloce che quasi non m'accorgo della stanchezza e della sua fine. Resto fino agli sgoccioli, saluto tutti, uno per uno, un abbraccio, un bacio, la gioia negli sguardi e la sensazione di aver condiviso una serata diversa da sempre, al cui ricordo distenderemo le labbra in una smorfia di evidente soddisfazione.
Eppure non è accaduto nulla di speciale, abbiamo "solo" respirato un'aria di serenità e allegria che forse di questi tempi è più rara di quanto si sospetti, un clima di intimità che sovverte le regole dei numeri: come si fa a provare intimità tra 54 persone chiassose e un po' ubriache?
A volte si fa.
Ho la mente così sgombra e in pace col mondo che sbaglio strada al primo bivio, quando mi ritrovo di nuovo sola nella mia carrozza d'argento.
Ma non mi preoccupo, troverò un cartello, chiederò a qualcuno, mi guiderà l'istinto di sprofondare infine nel mio letto.
Non succede proprio così, ma sono dettagli, torno in albergo, mi spoglio, mi lavo i denti e mi strucco, fumo l'ultima sigaretta e penso: "Che bella la mia vita" e poi crollo sotto le coperte e in un sonno profondo.

domenica 26 giugno 2011

Dissolvenza

Stanotte ho incontrato una donna di quelle che mentre ti senti trasparente, si accorge di te e ti regala quel frammento di umanità che ti svela che esisti.
Un sorriso affabile, uno sguardo di conforto, pochi gesti che ti risolvono il problema del momento.
Come se fosse lì, in quell'istante, proprio per te.
Una sensazione che non saprò descrivere, ma nemmeno ci proverò.
Sento solo tanta gratitudine, perchè quegli ultimi 56 chilometri sarebbero stati inaffrontabili senza la pausa con lei.
Forse cerco una madre in ogni donna che incontro, forse cerco nelle altre il calore che la mia continua a negarmi, la partecipazione alla mia vita che non ho mai sentito.
Ho freddo, ho molto freddo in questo piccolo buco nero dove mi trovo adesso, la luce mi disturba ma il buio mi succhia la ragione, la mente è sempre più lenta.
Vaghi ricordi di parole e volti, di carezze e abbracci, di un'intimità rubata ad un momento di debolezza, la mia voce che pronuncia sentenze definitive, sconcertanti per le orecchie oneste di chi mi ascolta.
Penso alla mia moto luccicante e bella, sembra quasi viva e mi ama tanto da riportarmi a casa ogni volta, senza mai un lamento.
Penso a come è tutto così facile, tutto così complicato, tutta quella stanchezza con cui mi sono accasciata sulla sedia, dietro la porta di casa chiusa alle mie spalle.
Penso ai tanti caffè che hanno sostituito la birra, al gusto speciale della sigaretta fumata subito dopo, alla mania di ripetere lo stesso gesto all'infinito fino a perderne il senso del piacere, il piacere del senso.
Penso allo svilimento con cui passo dall'allegria alla rabbia feroce, allo slancio incontrastabile di scappare via che non posso ignorare e infine puntuale, il senso di colpa e di vergogna.
Soluzione: sparire, dissolvermi nel nulla.
Penso a come la mia mente articola tentativi di affrontare le conseguenze delle azioni assurde che non riesco ad evitare e allo scoramento per il disagio che procuro.
Penso che tutto questo finirà, poi.

mercoledì 23 marzo 2011

Ritorno in cuccia

Mentre bevo e socializzo,
ascolto e mi incuriosisco,
rido e racconto,
mi segno le cose che mi passano per la testa.
Ho solo l'aifon,
nè carta nè penna.
E poi sembrerei più strana del solito se mentre sono in mezzo alla gente,
o sto ascoltando il tizio dell'Aquila narrarmi di come ha dovuto spiegare a suo figlio di nove anni cos'è un trans e cos'è una escort ... io aprissi il mio quaderno nero e iniziassi a scrivere.
Me le segno perchè so che domattina i ricordi saranno svaniti o alterati dalla luce del sole, mutati per forma e consistenza, ma io voglio ricordare questa serata, voglio trattenere la "pelle", lo stato d'animo con cui l'ho vissuta.
Perchè è stata una giornata strana, sono giorni diversi questi, bersagliata con sorpresa da più parti, proprio mentre cammino nel mondo con la leggerezza cui ho anelato per mesi, che mi è mancata e ho riscoperto più intensa e leggiadra che mai.
Ho affidato al vino rosso il potere di sciogliere i miei nodi, di rivelarmi come sto, cosa sento.
Se rileggo scopro che sono felice di quello che sono, felice di quello che ho vissuto e che vivo, sicura che nella mia vita ci sarà sempre il dono di guardare il lato buono che c'è.
Ho dimenticato l'uomo alla reception dell'albergo a cui ho parlato della mia passione per la moto scavandomi la fossa quando mi ha risposto: "Delle moto ricordo solo i pezzi di mio fratello che ho raccolto e infilato in una bara, tanti anni fa" e la sua dolcezza nel consolare la mia mortificazione.
Ho dimenticato il bicchiere della staffa e il barista dell'albergo: non c'è Ron, non c'è Sambuca, allora va bene un Jack...che mi lasciato fumare dentro e si è acceso una sigaretta anche lui, uno di quei cinquantenni tarchiati e terroni, allegro per natura, che stamani mi ha preparato un caffè doppio e appena sono scesa mi ha accolto così: "Sopravvissuta?" e una grassa risata.
Ed io che di mattina sono l'essere più scorbutico del pianeta, mi sono presentata pimpante e vitale, col migliore dei miei sorrisi ed ancora mi sto chiedendo perchè!

L'ultimo pensiero che ho trattenuto ieri notte, prima di spegnare la luce, recita così:
"Il tuo disprezzo per la mia amicizia e la mia persona mi ha delusa".
Ma ho deciso di risparmiarlo al destinatario.

domenica 20 marzo 2011

The Crab

Un altro tattoo.
Un'emozione diversa: questa volta so cosa mi aspetta, anche se non sono certa che non soffrirò, ma conosco la procedura e almeno quell'ansia non c'è.
Soprattutto so che non me ne pentirò perchè la porta del definitivo è stata già aperta e ci sono già entrata, percorrendo pochi passi, ma importanti.
Questa volta siamo soli: io e lui, la sua mano precisa che incide la mia pelle. Ha imparato a conoscere i miei gusti, le mie inclinazioni, motivato più del solito perchè sono l'unica donna che si lascia tatuare i polinesiani.
Mi spiega che bisogna saperlo portare, questo stile, bisogna essere molto femminili per contrastare e valorizzare l'aggressività di un maori.
E' stimolante crearlo insieme: io porto il soggetto e lui lo personalizza per me, sono sufficienti poche indicazioni perchè comprenda ciò che voglio.
E lo realizzi.
Questa volta l'osservo mentre si materializza sotto il mio sguardo, quasi come se disegnassimo insieme: concentrati e zitti, vedo la figura comporsi poco a poco, prendere vita e anima sul mio braccio immobile.
E' mio,
solo mio,
quel braccio dipinto con un granchio polinesiano.

Simboleggia protezione, per l'armatura di cui è composto, per questo il guscio è realizzato con un tiki, simbolo di fertilità e protezione. Simboleggia anche la capacità di arrivare ad un obiettivo per vie traverse, aggirando gli ostacoli, per il modo in cui si muove.

domenica 20 febbraio 2011

MK

INFINITA' è il pezzo che mi accoglie appena sono lassù …
“La cosa più speciale che mi potessi offrire è un lampo di infinità che non mi fa dormire e non mi fa vegliare ora e per sempre ora”
E sembra tutta rivolta a me.

Mi scalda dentro e mi scuote, sono reduce dalle 12 ore più assurde mai vissute: il sogno più desiderato prima si avvera e poi si trasforma in incubo. E mentre lo spettacolo continua, inizio a cantare e ballare, mi scrollo di dosso tutto il malumore, espello tossine emozionali che mi soffocano il cuore.

Eccoli intonare MUSA ...
“E' una questione di qualità la tua presenza rassicurante e ipnotica mi affascina e gioca col mio senno e ne lascia ben poche briciole … perchè tu sai come farmi uscire da me dalla gabbia dorata della mia lucidità e non voglio sapere quando come e perchè questa meraviglia alla sua fine arriverà”

Non ho bisogno di pensare, so e sento ogni singola volta in cui queste parole mi hanno spaccato dentro e poi consolato, accarezzato .. e mi arrendo all'evidenza dei sentimenti che ho provato, alla follia che ha fatto saltare ogni equilibrio della ragione e che ho vissuto fino in fondo, incurante della fine, che immancabile e dolorosa sarebbe arrivata.

Una serie di pezzi dell'ultimo album che non ho ascoltato abbastanza, diventano il pretesto per ballare e basta spegnere il cervello e agitare testa, braccia e gambe, lasciando che il suono distorto della chitarra elettrica mi attraversi, ruvido, e sciolga le ultime resistenze perchè so che a un certo punto arriverà lei ... la canzone perfetta ... quella che da 15 anni mi strappa l'anima, me la rivolta e ci gioca come fosse un maglione vecchio e consunto, per restituirmela più stropicciata di prima, ma anche più vera.

E quando arriva lo sai: la prima nota è lunga, ferma e decisa.

Ammutolisce il pubblico.

Improvvisa, dopo tutto quel fragore di strumenti rabbiosi, ci riporta tutti dentro ad ognuno di noi, come se d'un tratto la musica non fosse più fuori dai nostri corpi ma dentro, proprio al centro del nostro IO, nell'abisso più profondo e buio ...




“Pelle! E' la tua proprio quella che mi manca in certi momenti e in questo momento è la tua pelle ciò che sento nuotando nell'aria”

Un sussurro sommesso e disperato come la prima volta ... “dolente, tremante, ardente” ... in quel tendone da “Festa della birra” di un paese disperso tra le montagne piemontesi, io vent'anni e un cuore grondante sangue d'amore perduto. Tutto lo strazio della mancanza in una metafora ... “e non mi basta nuotare nell'aria per immaginarti se tu sapessi che pena” ... che esplode ancora e ancora nel grido liberatorio finale ...

“E non è facile dovresti credermi sentirti qui con me perchè tu non ci sei | mi piacerebbe sai sentirti piangere anche una lacrima per pochi attimi mi piacerebbe sai”

Tutta la sala adesso è un concentrato di liberazione e rabbia, un urlo che all'unisono si mescola alla musica che ora è assordante e squassante e tutta aperta, sovrasta ogni pensiero, tutta piena di tutti noi che ci abbiamo riversato dentro ancora una volta tutto il nostro dolore e siamo immobili, non c'è niente da ballare su questa musica, ma solo lasciarsi attraversare e ripulire, godere del dolore/piacere che ci rende umani e imperfetti, vivi.

Sembra che sia tutto finito.
Invece no.
C'è sempre bisogno di una pausa dopo una canzone così, è di quelle che ti succhiano tutte le energie e ti sfiancano come se avessi scalato la vetta della montagna più alta del mondo.

Quando tornano sul palco ripartono con qualcosa di più “leggero”, l'immancabile … “Lieve svenire per sempre persi dentro di noi | Meglio del perdersi in fondo all'immobile | Meglio del sentirsi forti nel labile” … e l'atmosfera si scalda nuovamente. Ma siamo agli ultimi colpi.
E stasera lo spettacolo, ironia della sorte, si chiude così:



Il concerto è finito.
Scendo dalla scala del mixer, ringrazio i ragazzi che mi hanno fatto compagnia: sebbene sconosciuti, non mi sono sentita sola.

Fuori incrocio i vecchi amici che da anni incontro sempre al concerto dei Marlene, scambio le battute di rito di chi si rivede una volta ogni due tre anni, mostro la foto della mia Milady Street Triple, anche loro sono motociclisti, ci ripromettiamo che prima o poi faremo un giro insieme, magari non succederà mai ma è bello dirselo tra un sorso di birra e una sigaretta, alla fine di una bella serata.

Mentre torno a casa penso che sono stata fortunata e me lo ripeto nella mente come un mantra, che nonostante tutto sono una persona fortunata e non so se lo sento perchè ho visto gratis il concerto dei Marlene Kuntz dalla posizione migliore che c'era … o per chissà cos'altro

Ma è una sensazione che mi avvolge tutta e mi trascina fuori dal locale.
E dalla follia degli ultimi giorni che ho vissuto.
E tanto basta.

domenica 24 ottobre 2010

La vita cambia, all'improvviso (sedicidicembreduemilasei)

Sabato, le otto di sera.
Appena rientrata da un altro pomeriggio passato a rassicurare persone distrutte dall'evento più inatteso.
Sta pensando a cosa preparare per cena, quando squilla il telefono:
"Una birra?"
Perchè no?
Restare in tiro, non perdere il ritmo, non lasciarsi sopraffare dall'angoscia, è questo l'unico pensiero che insiste nella sua mente.

Dopo un'ora è seduta in un pub irlandese.
Due birre medie doppio malto, un piatto di pepite di pollo fritte.
La sala piena di fumo, i tavolini di legno e la moquette blu sul pavimento, il vociare intorno e un amico di fronte.
Qualche messaggio e una proposta:
"Raggiungiamo gli altri?"
Perchè no?
Ancora .. ancora il bisogno di mantenere il ritmo, di non fermarsi, stancarsi un po' di più per arrivare a casa sfatta e lasciarsi crollare a letto, sfinita.

Che sorpresa!
Sta bevendo una birra al bancone quando arriva, il suo viso s'illumina quando lei si volta sorridente, si abbracciano, felici di ritrovarsi dopo tutto quel tempo.
Sorpresi e vivi più che mai.
Lei ha i suoi jeans preferiti e il giaccone verde di pelle, i capelli cortissimi.
Lui uguale a sempre, i capelli lunghi spettinati, l'abbigliamento trasandato, il sorriso che gli increspa le labbra, lo stupore negli occhi luminosi.
Una serata che è un dono, gustato come due bambini davanti all'albero di Natale.
Stretti stretti su quel muretto, infreddoliti, fumano insieme, mentre lei borbotta per il tizio di colore che sta spacciando all'angolo della strada.
Che squallido questo posto, ma com'è luminoso, stasera!

D'un tratto, una voce, fuori dal loro campo visivo, interrompe le loro chiacchiere fitte, squarcia quello spazio prezioso ed esclusivo, dice:
"Andiamo?"
Il dispiacere sui loro volti, ma anche un sottile senso di colpa, la voglia di restare si scontra con la cosa giusta da fare, lei sa qual'è:
"Sì, andiamo".

Nella memoria altri dettagli affidati ad un oblio che possa portarseli via, un giorno.


"A mezzogiorno di una domenica invernale"

Perdonami

La tua mano sulla mia schiena,
un tocco lievo ma colmo di forza,
squarciò il manto di solitudine che mi premeva sul petto.

"Vieni con me? Ho questa cena ma non conosco nessuno, mi fai compagnia?"

In auto verso il ristorante ti parlai di mio fratello:
eri il primo a cui raccontavo tutto.
Piena di pudore e vergogna, non avevo trovato il coraggio di confidarmi con nessuno. Da settimane correvo in tutte le direzioni, placavo gli animi, rassicuravo persone, parlavo con avvocati, terapisti, fidanzate, genitori. Risolvevo problemi, ascoltavo cuori sofferenti e increduli, saltavo pasti, dormivo a stento, annullavo pensieri e custodivo segreti.
Mi sentivo forte, carica di energie, uscivo la sera per non pensare, mi mischiavo alla gente e mi lasciavo attraversare dai loro umori, le loro vite, per non sentire la mia che mi martellava dentro, che mi si addossava a peso morto sulle spalle e mi toglieva il fiato.

Tu mi ascoltavi, nessun giudizio, solo il tuo affetto incondizionato.

Avevo il giacchino di velluto arancione, la gonna nera arricciata, una calda pashima sulle spalle. Tu avevi il giubbotto, rarissimo era vederti senza il tuo cappellino e la felpa. Passammo la serata tra musica, chiacchiere e risate, mentre attendevo quella telefonata. Quando arrivò, mi scusai e mentre mi alzavo, tu appoggiasti la tua mano sulla mia schiena.

Fu il gesto più affettuoso che ricevevo da tempo.

In qualche modo riuscii a risolvere, tornai dentro la sala, dove tu mi aspettavi, preoccupato, ansioso di vedere nel mio sguardo un segno distensivo.
Suonava un pessimo gruppo da pianobar, ridevamo ogni volta che intonava l'ennesimo classico italiano, quando suonarono TTD nessuno lo riconobbe, a parte noi.
Sorridemmo, complici.

Finimmo all'Hiroshima:
per me un mojito,
per te il solito cuba libre.
Nella sala più appartata suonavano reggae, poche persone, io mi muovevo a ritmo sullo sgabello, tu mi osservavi con un sorriso sarcastico stampato in volto, sembravi sereno, con quel retrogusto caustico che portavi sempre nello sguardo.
Una serata speciale,
un pezzo di intimità assaporata con delicatezza,
quel modo leggero di vivere che avevi solo tu.

Perdonami!
Per essere stata debole, fragile e sfuggente.
Impaziente prima e poi irruenta.
Perdonami!

Quanto basta

"Sono contento di vederti perchè mi ricordi Guido".

A volte non trovo le parole,
certe emozioni sono impalpabili,
basta una parola a rievocare momenti pieni di tutto quello che siamo stati.
Come quella sera che ha cambiato all'improvviso la vita di molti:
a qualcuno infondendo una fiducia che credeva persa,
qualcun altro si è innamorato,
ma l'ha capito solo più tardi,
un altro ancora ha messo da parte un sogno,
un sogno rimandato troppo a lungo fino a infrangersi su un asfalto ruvido e asciutto.
A qualcuna si sono aperte troppe porte,
a tentoni è entrata in tutte tranne una,
quella giusta.

venerdì 22 ottobre 2010

A spasso con me - Parte II

Penso che domani sarà tutto diverso, o forse tutto uguale ad un sempre che vorrei non esistesse.
Penso che ci sarà ancora la fatica di stare in un mondo che non mi appartiene, alla ricerca ancora meno interessante di un posto dove stare, in pace con me, in pace con gli altri, quelli che nemmeno conosco, quelli che non conoscerò mai davvero.
Una scintilla ogni tanto illuminerà una strada che calpesterò con i miei piedi sempre più stanchi e pesanti.
Sento un barlume di volontà, forza e coraggio che ancora mi spinge in avanti, pura sopravvivenza, spirito indipendente che ti trascina oltre anche quando ti fermeresti per sempre. Lo afferro, so che se lo lasciassi andar via senza di me, se lo lasciassi cadere nel vuoto che ho intorno, potrei perdere la ragione, impazzire di rabbia e dolore che a volte sono la stessa cosa, si confondono in un turbine spaventoso che fagocita ogni altra cosa e distrugge, spazzando via anche ciò che si potrebbe salvare.
Quanto poco ho ascoltato e quanto invece ho parlato.
Succede così talvolta: hai bisogno di una persona di fronte perchè le tue parole ti diventino finalmente chiare e si riempiano di un senso che da sola non hai saputo trovare. E ti chiedi quanto bisogno hai di qualcuno che guidi e illumini quell'angolino perso dentro di te che turba con tanta persistenza la tua quotidiana esistenza, che urla mentre stai facendo i gesti più banali, che ti spinge da una parte senza che tu possa opporti e ti costringe ad arrivare non sai dove, finchè non ci sei e lo vedi.
Vedi quello che sei, che vuoi, che rifiuti.
Vedi quello che vorresti essere, quello che sono gli altri, che sei tu negli occhi di un altro, quello specchio che non mente mai, svela la natura che hai dentro e ti parla senza mai aprire bocca, in un silenzio ora pieno di un significato che devi cogliere, devi comprendere.
Penso che sono morta ancora una volta, che lo sfinimento non è mai abbastanza, che ho bisogno ma anche desiderio, che mi trovo tanto quanto mi perdo. E mi perderò ancora.
Penso che l'amore spinge tutto e la paura nega altrettanto.
Cerco l'immagine di quel volto nella memoria stanca e non so trovare un affetto che sgorga altrove. Quegli occhi spenti, senza luce nè amore, lo sguardo un po' sprezzante che plana su di me. Non vedo altro.
Mi apro eppure non so se sono sincera.
Mi chiedo come si possa raccontare così precisamente i miei tormenti e non saperli raccogliere e curare, accarezzare e guarire. Almeno coccolare.
Spero di sbagliarmi,
spero di sapere che cosa devo fare per arrivare lì,
in quel luogo dove tutto è in movimento,
ma anche fermo.

A spasso con me - Parte I

Mi sveglio in piena notte, l'effetto dell'alcool svanito, la mente corre istintiva all'ultima porzione di vita appena consumata.
Cerca, tra i ricordi un po' sbiaditi, il filo che ricorstruisca quei momenti, le parole, i gesti, come se tentasse di ricomporre un sogno appena sfumato.
Inquieta, allarmata, a poco a poco la sento calmarsi, mentre riaffiorano le sensazioni: c'è rassegnazione, amarezza, uno strano gusto di conclusione inevitabile.
C'è che la vita non è ancora finita, altri giorni da scrivere, altri drammi e gioie da imprimere sulla pelle, far scivolare su un foglio di carta ingiallito come l'anima di chi verga queste nere parole, piene e tonde.
Mi volto dall'altra parte nel tentativo di ritrovare quel misto di calore e stordimento che il vino e le coperte mi regalano ogni notte, quando penso che non mi serva altro. Ma tutto è svanito. Tutto è sveglio e lucido, ora, dentro di me.
Il corpo inizia a parlarmi, forte e chiaro, lancia segnali sofferenti e puntuali. Scaldo dell'acqua per un infuso, devo prendermi cura di uno stomaco che brucia, urla dolente, troppo a lungo maltrattato. Il tepore lo accarezza e lo distende, tutto sembra tornare ad un'indolente normalità, ancora per questa volta.
Fumo una sigaretta arricciata tra dita esperte, abituate al movimento e rapide, l'accendo con un colpo svelto e tiro la prima boccata.
Mi sento già meglio.
Allora posso scrivere.
Ecco qui,
sono io adesso,
tutto ciò che ancora posso essere.

mercoledì 22 settembre 2010

UNPAIODORETTE

E tutto il resto un po' s'annulla un po' ti soffoca.
Sai che ci devi tornare, sai che quelle due ore sono sempre saltuarie e improvvisate, non sono la tua vita e non diventeranno un futuro.

Quando parlo con te, dopo aver fatto l'amore, io ritrovo la mia luminosità di un tempo, quella scintilla speciale che mi fa dire cose che stanno esplodendo anche dentro me per la prima volta, in un modo che invece sembra io abbia riflettuto una vita per giungere a quelle verità.
Ma non è così: sono illuminazioni frutto dell'intensità del momento, l'alchimia che si crea tra noi in quegli istanti racchiude questo potere.

Ed allora io mi sento più bella, più luminosa, mi sento immortale.
È per quegli istanti in fondo che amo vivere, in mezzo a tutta la mediocrità quotidiana, ed oggi ne ho vissuta una dose asfissiante, ho creduto di perdere l'equilibrio, per un po'.

Ma poi sei arrivato tu, ho parlato con te di quello che ho vissuto, ho bevuto vino rosso e mi sono rilassata con te. Ci siamo sdraiati, accarezzati e spogliati. E coccolati e baciati, abbiamo fatto l'amore come fosse la prima volta per la forza e il desiderio, la centesima per la conoscenza dei nostri piaceri, dei nostri corpi, dei nostri movimenti e desideri.

Ho detto: "La differenza tra uomini e donne è che le donne sanno che la vita per un verso o per l'altro si deve affrontare; gli uomini non fanno che cercare un pertugio per evitarla".
E abbiamo riso, insieme e di gusto, perchè sappiamo che questa è una verità.
Ma sappiamo anche che questa non è la nostra verità, perchè io sono una donna che è anche tanto uomo, tu sei un uomo che è anche tanto donna. Ed è questo che ci tiene insieme, così, in questa dimensione astratta che nemmeno comprendiamo, dentro altre realtà che non la riguardano, dentro la penombra di pieghe stropicciate delle nostre diversissime vite quotidiane.

Non ci stiamo ancora facendo del male, ma forse nemmeno del bene.
Io, però, mi sento me stessa libera e liberamente.
E mi lascio andare.

martedì 24 agosto 2010

Pausa Pranzo

Riassapori la dolcezza di una carezza,
il tepore di un abbraccio,
la sua pelle sulla tua,
un bacio dove non ricordavi di esistere.

Ritorni alla vita e lo fai con il corpo, quella forma completa d'amore che come un temporale esplode inaspettato e ti bagna tutta.
E altrettanto improvviso si placa.

Chiudi gli occhi e ti arrampichi sulla percezione del tuo ventre svuotato, l'odore sulla pelle, il gusto tra le labbra, per non permettere alla luce accecante del sole e al suo calore di nascondere e inaridire la sensazione di pioggia intensa e rinfrescante, in mezzo a tanta insostenibile afa, che per un momento ti è esplosa dentro e addosso con intensità e forza.

Senti le gambe cedere, le mani si muovono pigre, la mente è sgombra, le palpebre battono più lentamente, cercano il conforto del buio, lì dove c'è un angolo dove rivivere ogni istante all'infinito, finchè non sopraggiunge il sonno a portarti lontano,
solo un po'.

sabato 14 agosto 2010

miss_scopro

Piove da un'infinità di tempo eppure vedo il sole.
Nella familiarità della mia cuccia, lontana da curve e panorami francesi che hanno riempito le mie gambe e i miei occhi, sono serenamente felice. Ho ancora chiacchiere e risate nella mente piena ma anche qualche domanda e un pulviscolo di delusione.
Ma sono serena.
Mi guardo di nuovo bella e raggiante.
Rileggo parole assordanti.
La mia cuccia pulita e sgombra e il pensiero di un nuovo vagabondaggio verso terre che amo e sento mie, mi scaldano come un'insolita compagnia.
Bramavo la solitudine e lo spazio, desideravo il silenzio e la calma. Quanta vana incomprensibile agitazione!
Ho varcato il confine attraverso tornanti d'asfalto sinuosi, mi sono riaffacciata al mio mondo e sorpresa di tanta dolcezza e calore.
La pioggia non scalfisce il mio umore sazio.
Il tempo è mio alleato, si prende cura dell'anima mia talvolta incerta e affranta.
Soddisfazione aleggia nell'aria che respiro da quando ho ritrovato l'orgoglio della mia piu intima natura.
Assaporo istanti, mordo il presente che vivo, la passione governa ogni anfratto del mio cuore limpido palpitante ansioso.
Indolente mi muovo, creo e osservo, infine mi ascolto:
c'è poesia in ciò che odo.

Inviato da iPhone

mercoledì 7 aprile 2010

Manco si che

Ci sono logiche in cui mi sono sempre sentita perdente.
Una di queste è l'esposizione pubblica, sebbene sia molto migliorata e la mia diplomazia ne abbia giovato.
Ma quando gli altri non sanno mantenere un atteggiamento di onestà intellettuale e integrità di pensiero e cercano solo lo scontro personale, allora io soccombo.
L'arte della dialettica la conosco bene e la so usare, ma se si vuole giocare sul piano personale, io abbandono il campo e vado a farmi una birra.
E mi sento in pace con me stessa.
La lascio a loro la vittoria. A tavolino. E so che per i disonesti di spirito è comunque saporita.
A me, invece, mi fa schifo: io amo gareggiare lealmente perchè l'unica cosa che possiedo in eccesso e spesso regalerei volentieri in giro, è il senso di giustizia.
E' quello che mi spacca l'anima a me: il senso di giustizia con cui guardo ogni angolo di mondo, ogni cellula di persona. Da quando il mio cervello ha iniziato a funzionare a pieno ritmo.
Il senso di giustizia ti logora, si mangia tutti i sentimenti e le emozioni, ti fa vedere tutto o bianco o nero, ti priva del piacere dell'imperfezione, della sfumatura.
Quando te ne accorgi butti a mare tutte le tue regole, scappi da quell'orco che getta un velo cupo e serioso su tutto quello che vivi. E da quel momento sei destinato a fare una marea di cazzate pur di non sentire più quella vocina nella testa che vuole decidere d'ogni cosa se è giusta oppure no.

Ma giusta per chi?

E quando si affaccia questa domanda è il momento che tutte le tue certezze crollano fragorosamente, emettendo un rumore sordo, che già da solo abbatte tutti i tuoi equilibri.
A quel punto hai solo due scelte:
o ti perdi nella confusione delle macerie, arrangiandoti a vivere come capita. Oppure. Ti alzi le maniche e ricostruisci.

E' una parola ...

Vabbè, ma in qualche modo bisogna pure farla passare la vita, no?


Valentina

(con dentro Paolo Sorrentino che mi ha fatto conoscere Tony Pagoda che mi ha fatto passare tre giorni con mio padre, anche se non c'è più da quasi tre anni. E quello, mio padre, si è sentito chiamare e l'altra notte ci siamo pure fatti una chiacchierata. Su cosa? Come su cosa!? Su questa nuova tornata elettorale. Lui se la rideva perchè non lo riguarda più. E a me, mi ha alleggerito un po' il cuore).

giovedì 18 marzo 2010

Fedele alla linea

Io sono sempre “scappata” dai gruppi dopo aver condiviso gioie e dolori perchè ad un certo punto ho sempre sentito il bisogno di nuovi confronti, nuove visioni, nuove alchimie.

Ogni volta lo stimolo nasceva da una nuova passione, un nuovo interesse, una nuova sintonia con una nuova persona. L'unica cosa che davvero accomuna tutti gli esseri umani è il cambiamento continuo, allora va da sé che si senta la necessità di fare nuove esperienze, di intrecciare nuove relazioni, di imboccare nuove strade.

E' naturale che ognuno di noi di fronte ai cambiamenti si pone con sensibilità diversa: alcuni restano il più possibile attaccati a quello che hanno e che sono, altri hanno la tendenza a buttarsi in nuove “cose”. E in mezzo ci sono le innumerevoli sfumature che variano a seconda dei casi, dell'età, della propria condizione interiore del momento.

I miei allontanamenti sono stati vissuti spesso come tradimenti (e ne ho sofferto), a volte come manifestazione di scarso interesse da parte mia (e ne ho sofferto).
Raramente sono stati compresi.
Queste ultime sono le volte che hanno generato i legami più importanti, più intimi, più duraturi, quelli che non avranno mai bisogno della frequentazione continua o di conferme eclatanti per sapere che io ci sono, loro ci sono.

C'è una cosa che mi chiedo sempre quando sto per “allontanarmi” di nuovo: quanto tradisco me e quanto tradisco gli altri? Sano individualismo significa non tradire se stessi, il più grave delitto che si possa commettere!

Non c'è nulla che valga abbastanza da tradire se stessi, nemmeno l'amore dei genitori.

Col tempo e qualche musata ho imparato che ci sono livelli diversi di tradimento di sé così come a volte all'interno della stessa esperienza si può trovare anche quel “nuovo” da cui sono fottutamente attratta, la scintilla che mi fa sentire viva, ancora.
E sono diventata più tollerante verso me stessa perchè siamo in continuo mutamento e forse è proprio questo che rende bello ma complesso stare al mondo, insieme agli altri.

mercoledì 17 febbraio 2010

Amaro

Quel gusto sgradevole che si appiccica addosso, irrita la pelle, s'insinua tra le pieghe dei sentimenti. Che il tempo curerà, ma adesso c'è, sottrae il sapore buono che la vita ha.

Una sensazione di inganno, disonestà intellettuale nutrita da scialbo vittimismo, alla meschina ricerca di consensi per avvalorare se stessi, punge così forte da non poterla ignorare.
Disagi personali e dolori intimi con fiducia condivisi, scaraventati nel calderone della superficialità, con vigliacca e spavalda speranza di ferire, nel vano tentativo di minare equilibri fragili eppure forti e costruire la più vuota delle opere inutili: la vendetta. Cieca, come lo è ogni atto quando le emozioni sovrastano la ragione, baluardo unico ma saldo per la tutela dell'anima.

Quanta colpevole distruzione
Quanta incosciente dissipazione di energie
Quanta drammatica debolezza


Rabbia e sofferenze mai inflitte volontariamente armate con lucida crudeltà; vili abusi i proiettili esplosi con il solo intento di calpestare ogni valore, annientare ogni cellula sana di esseri imperfetti. Mistificazione delirante dell'essere umano e del suo opporsi ad arroganza e superbia, è la ciliegia acida su una torta indigesta. Patetici e penosi il contesto e la cornice, l'intenzione e il gesto, la parola e il silenzio.
Nulla è salvo.

Amaro.
Quel gusto sgradevole che contagia, inquina, infetta lo spirito innocente ma non ingenuo, fiducioso ma non sciocco, aperto per scelta e non per pretesa, sottrae il sapore buono che la vita ha,
la mia vita ha.
Quello che adesso c'è, ma il tempo guarirà.


Che cali il sipario, che si annulli la rappresentazione, che si chiuda il teatro, che sia condannato a morte l'autore della più rivoltante tragedia mai scritta.

sabato 6 febbraio 2010

La sera in cui tutto mutò

Non era solo quando entrò.
Con lui appollaiato sullo sgabello più alto stava uno sconosciuto disinvolto.

Le parlò di una Terra lontana, destinazione imminente di sogni e progetti non suoi. Lei non udiva parole, solo il battito del suo cuore, un tamburo inarrestabile e forte, suonava un ritmo misterioso e solare. Vedeva solo i suoi occhi brillare, le sue mani componevano scene di vita non ancora accadute, il suo sorriso conquistava
l'uditorio silente, il suo sguardo emanava malinconia, antica mestizia di una notte fredda e incolore.

"E' tardi, si chiude!"

Nessuno si accorse che fuori pioveva quando dentro splendeva un sole caldo d'estate e di mare, di spiagge bianche sulle quali dormire, sognare, morire.
La guardò smarrito, ma subito un lampo illuminò i suoi occhi nocciola: mimò l'apertura di un ombrello, lo alzò sul suo capo e le offrì il braccio libero.

Se ne andarono così, il braccio di lei avvolto su quello di lui, con un ombrello immaginario sulle teste vicine, stretti nel loro primo amore.
E nemmeno una goccia li bagnò.

Inviato da iPhone

lunedì 1 febbraio 2010

Primo febbraio duemiladieci

Sogni inconclusi si infrangono alla luce di un mattino freddo di febbraio, mentre cammina rapida di fretta e umida di doccia. Il merletto della gonna si infila pericolosamente fra i bottoni degli stivali, ostacola la corsa alla meta. La meta e' lontana: un chilometro e mezzo andata, un altro e mezzo ritorno, in tutto tre, tre chilometri quotidiani per cinque giorni fanno quindici, cifra di spigoli e di punte. 

Le mani scarne premute nelle tasche profonde della giacca piu' accogliente. 
L'aria e' così pungente che fa male a respirarla, le narici bruciano mentre aspirano odori misti di sonno e di città.
Il sole già alto, quant'e' tardi! scalda appena il viso nascosto tra i capelli irrequieti, ciocche spettinate ricadono su ciglia truccate. 
Le labbra ferite dal gelo, bramano carezze e superfici morbide sulle quali scivolare, assaporare gusti nuovi, speziati, non troppo dolci non troppo amari. 

E la mente va...
oscilla tra parole pronunciate,
ingannate da emozioni rivoltose,
ed altre ancora in bilico,
sospese a fior di lingua,
intrappolate,
semplicemente mute.

martedì 10 novembre 2009

Scena finale

Le due ragazze camminano insieme verso l'università.
I due uomini fanno lo stesso, nella direzione opposta.
Io al centro, guardo le due coppie allontanarsi.

Mi chiedo se quello che provo sia il frutto delle mie difese: non mi sento nè sola né triste. Soddisfatta, sorrido mentre finisco la mia sigaretta. Infilo il casco e torno a casa senza pensare a nulla in particolare.

A un tratto, una parte di me tenta di convincere l'altra che dovrei sentirmi delusa. Ma l'altra è così serena e rilassata che non si lascia ingannare.
Dice: “Credi che non stia pensando a te? Che non avesse il desiderio di restare, guardarti negli occhi e farti ridere, godere della tua risata argentina, accarezzarti e sentire di nuovo il gusto delle tue labbra?”.

E mi rifiuto di dormire: troppe emozioni chiedono un canale di scolo.