venerdì 10 novembre 2023

Sono una persona fortunata

Negli ultimi anni ogni volta che mi succede qualcosa di forte anche se negativo

Mi viene fuori una forza e un atteggiamento positivo verso la vita che mi sorprende ogni volta

Mentre ricordo benissimo come andavo profondamente a terra prima e mi chiudevo e facevo una fatica assurda a risalire

E sono certa che questo cambiamento è avvenuto a piccoli passi di fronte alle piccole avversità che pure ho sempre risolto

Ma poi è esploso fragorosamente quando ho saputo di avere il cancro

mercoledì 8 novembre 2023

25 Aprile 2022 - 25 Aprile 2023

In tutta questa storia orribile che ho vissuto, tutto ciò che riguarda la piccola mi ricompensa di ogni delusione e sofferenza e l’esperienza con lei rimarrà per sempre un ricordo bellissimo, ma non proverò mai più la nostalgia di tutte le volte in cui a causa dei problemi con lui ho dovuto rinunciare a lei. Adesso a volte mi tornano in mente delle cose legate a lei e mi viene solo da sorridere, non mi si stringe più il cuore come succedeva prima. 

Magari sto guarendo. 

E poi io sono convinta che la vita segua dei percorsi tutti suoi e se dovrà essere, sarà. 

Ricordo una domenica sera che dopo cena stavo per tornare a casa e lei guardò il padre con quel musetto triste e disse: “Papà, ma Valentina non può venire a vivere con noi?”. 

E la domenica dopo la passeggiata alla festa di zona lei mi chiese di pranzare con tutti loro su dalla nonna, ma io le risposi che non potevo perché dovevo andare da mia madre che era sola. Invece tornai a casa mia, perché quando stavo con loro io non prendevo mai impegni con nessuno, speravo sempre di pranzare assieme e solo all’ultimo scoprivo cosa avessero organizzato e regolarmente venivo esclusa. 

Mi piace pensare a quella volta che arrivò con sua madre al bar e quando mi vide spalancò la bocca e gli occhi dalla sorpresa, rimase pietrificata e poi corse ad abbracciarmi. 

O la volta che in piscina estrassi la carta igienica dallo zaino e lei disse: “Tu sei strana!”, e io: “Amore, siamo tutti un po’ strani”, e lei: “Ma tu di più!”. 

O tutte le volte che giocavamo con le carte della pasticceria e lei mi chiedeva: “Ti sei incastrata?” 

O quando l’ultima volta che ci siamo viste, suo padre andò a prenderla con la mia auto e lei esplose, contenta: “Ma questa è la macchina di Valentina!”, e appena salì mi disse: “Però questa macchina è proprio sporca!” 

O tutte le volte che saliva a casa mia, si guardava intorno alla ricerca della gatta e mi chiedeva, timorosa: “Ma ha gli artigli?”, e dopo: “Hai una casa fantastica!” 

O quel bellissimo sabato mattina che passai con lei perché nessun altro era disponibile e passammo il tempo un po’ giocando un po’ guardando i cartoni. Lui si fermò a fare la spesa prima di rientrare e quando entrò in casa trovò la tavola apparecchiata e noi tranquille a giocare in camera.

Oppure le volte che si accoccolava sul letto vicino a me per vedere un cartone il sabato sera, o quando al cinema commentava con me le scene che la colpivano di più. 

Ma in assoluto la volta più bella fu quando dopo l’ultimo film al cinema lui ci lasciò sole per fare una commissione e noi salimmo a casa mia a dare una scatoletta alla gatta. Dopo andammo a piedi fino al bar per vedere la partita. Lì c’erano tutti gli altri che festeggiavano la vittoria di una partita della loro squadra: musica, risate, cori e tutti, ma tutti dopo mi raccontarono che quando ci videro arrivare, camminando per strada una accanto all’altra, ridendo e chiacchierando, pensarono che eravamo bellissime, che si percepiva la bella intesa che c’era tra noi e che io sembravo un’altra persona. Lei si mise a giocare con tutti loro e sorrideva sempre.

Ecco, di lei ricordo che quando c'ero io sorrideva sempre.

A parte quella volta che pianse tutte le sue lacrime perchè le avevo promesso di portarla in un bel posto, era Portici di Carta, in centro, dove sicuramente avremmo trovato anche degli spazi per i bambini, ma i nonni rientrarono proprio in quel momento e ci impedirono di uscire.

Oppure era bellissimo quando andavamo al MacDonald’s e lei voleva sempre giocare con me al videogioco della gallina che deve attraversare la strada mentre passano macchine, camion, treni e ogni volta che non riusciva ad evitare qualche mezzo e finiva spiaccicata sull’asfalto ridevamo come pazze. 

O quando faceva mille smorfie buffe quando la fotografavo. 

Oddio! E quella volta che saltò la scuola per due settimane perché era stata male e al rientro si presentò con una busta con la V sopra al cui interno c’erano un ritratto di me e la mascherina di carnevale e suo padre mi disse che non stava più nella pelle perché non vedeva l’ora di darmela. 

O quando finì in ospedale e al padre che stava andando a trovarla chiese: “Papà, mi porti solo i gattini di legno?”, che gli avevo regalato io l’ultima volta che ci eravamo viste. 

E mille altri bellissimi momenti e sensazioni che mi ha trasmesso e che mi tornano in mente all’improvviso anche solo per assonanza con altre cose che sto facendo, tipo l’altro giorno, camminavo di ritorno dalla pausa pranzo con gli stessi stivali di quella domenica mattina che rientrando dalla festa di zona le dissi di non strascicare i piedi ma alzarli un po’ di più e lei mi rispose: “Ma anche tu fai così!”, ed in effetti anche io quando ho le scarpe basse tendo a strusciarle per terra. 

O anche solo il fatto che dopo tanti mesi dall’ultimo incontro la prima cosa che mi disse fu: “Hai tagliato i capelli e hai messo gli occhiali”. Era bello dopo ogni pausa dal rapporto con suo padre ritrovarla più alta, un po’ cresciuta rispetto alla volta prima. Come quando la misurai a casa mia e feci il segno con la matita che è ancora sul muro: 

1 metro e 20 cm – Alyson

Tutte queste cose che ogni tanto mi salgono alla memoria mentre sto facendo altro, mi scaldano adesso il cuore e mi aiutano a vedere il lato positivo di quella che è stata in realtà una delle esperienze più negative della mia vita a livello sentimentale. Mi permettono di non buttare tutto nel cesso e non vivere tutto come un pozzo buio. Danno un po’ di luce a lunghi mesi dedicati ad una storia che non ha mai avuto senso e una persona che non è mai stata alla mia altezza e non ha mai meritato di avermi nella sua vita. 

Tutti oggi obbietterebbero che invece avrei dovuto organizzare di più le mie cose, le mie persone, il mio mondo, ma io mi difenderei con la storia che non è semplice farlo quando stai con una persona che non c’è mai e quando c’è, cerchi di sfruttare il momento. Ma un'altra parte di me ammetterebbe che lui non c’era mai per scelta deliberata ed io avrei dovuto capire che era inutile continuare ad aspettare una persona così, ma in quel momento non riuscivo a fare diversamente. 

E su questo c’è molto da lavorare. 

Ma penso e spero che quest’ennesimo schiaffo in faccia dato senza il minimo rimorso (da lei, ma in realtà io l’ho ricevuto da lui) mi sia di grande lezione.

V.

martedì 3 febbraio 2015

Takeoff

- Ti ricordi quando andavamo a vedere gli aerei decollare?
“No”.
- Ma come no!? Andavamo a piedi fino alla stazione, prendevamo la corriera che porta all’aeroporto e ce ne stavamo per ore dietro la recinzione più esterna in attesa che un aereo decollasse. Poi lo seguivamo muso al cielo finché non scompariva virando per la sua a noi ignota destinazione. Io immaginavo viaggi senza ritorno in isole caraibiche, mi vedevo disteso su spiagge bianche a prendere il sole e sorseggiare cocktail freschi mentre dal piccolo chiosco di palme arrivavano le note calde di una musica tribale.
“Io non lo ricordo”.
- Beh, è normale, questo non puoi ricordarlo perché io lo immaginavo ma non lo dicevo a voce alta, un po’ mi vergognavo di avere sogni così semplici. Tu eri così seria, stretta nel tuo cappottino, il muso imbronciato e gli occhi attenti, guardavi tutto con l’aria di una bambina già cresciuta che sapeva bene quello che voleva, e quello che volevi era sicuramente qualcosa di più importante e profondo dei miei sogni frivoli di spiagge e divertimento.
“Ah ecco, ora capisco perché non ricordo di aver passato tante ore a guardare gli aerei volare: ero troppo piccola”.
- Sì, eri ancora una bambina, ma credevo che te lo ricordassi, tu eri diversa dalle altre bambine. Come ora sei diversa dalle altre donne.
“Ah sì? E cosa avevo di così diverso quand’ero una bambina?”.
- Non ricordi nemmeno questo?

Lei mosse appena il viso smunto in segno di diniego, negli occhi un’espressione spazientita mista a curiosità. Finchè la seconda fosse perdurata avrebbe tenuto a bada la prima: non le piacevano i giri larghi, le persone che avevano bisogno di preparare terreno e atmosfera per affrontare un argomento importante. Lei era molto più diretta, andava subito al sodo ed ora avrebbe volutohe suo padre facesse lo stesso, perché capiva che stava cercando di dirle qualcosa di serio, forse spiacevole, e questo tergiversare la rendeva nervosa. Temeva di non essere in grado di sopportare il peso della notizia che suo padre si preparava a darle. O forse era lui a dubitare che lei fosse abbastanza forte. E questo la indisponeva ancora di più. Che suo padre non si fidasse del suo carattere era proprio inaccettabile, soprattutto adesso che le stava facendo questo bel discorsetto su quanto lei fosse stata una bambina diversa dalle altre.

- Quando eri piccola, diciamo intorno ai 6 o 7 anni, mentre gli altri bambini si riunivano in cortile a giocare, tu te ne stavi in camera tua, con la porta chiusa. Ogni tanto tua madre ed io ci affacciavamo di soppiatto per spiare cosa combinassi. Al di qua della porta aleggiava un alone di mistero, non sentivamo rumori né movimenti ma allo stesso tempo non eravamo preoccupati: avevamo come la sensazione che tu fossi tranquilla e al sicuro, che non ci fosse nulla di strano se da una stanza chiusa in cui ti trovavi tu, non giungesse nessun segno di vita. Tu eri fatta così: sapevi stare da sola, occupare il tempo e lo spazio col tuo corpicino piccolo e insonorizzato. Le volte in cui abbiamo infilato la testa nella tua stanza, ti abbiamo vista danzare al suono di una musica che non sapevamo dove avessi preso, come ti fossi procurata. Eppure era lì, suonava nel giradischi e tu danzavi al ritmo di quel suono inventando passi e movenze eleganti e leggere, ma lontane da qualunque stile avessimo mai visto.

“Uhm, fece lei, e non avete mai pensato di iscrivermi a un corso di danza vera?”
- Eravamo impreparati, spiazzati da questa tua inclinazione. Pensavamo che la danza fosse una passione per ricchi e noi non lo eravamo.
“Uhm … ma non avete mai provato a informarvi sui costi, a chiedere a qualcuno?”

Suo padre scosse la testa, strinse un po’ le labbra come faceva quando si sentiva mortificato e non se la sentiva di inventare scuse, non con lei. Con lei era sempre stato sincero, le aveva sempre parlato col cuore aperto, senza risparmiarle nulla ma senza nemmeno addolcire qualcosa che non lo fosse da sé. Era l’unica maniera che conosceva perché l’aveva sempre considerata una persona adulta e non aveva mai sentito la necessità di fare giri di parole con lei.
“Però mi avete iscritta in piscina anche se inventavo un mal di pancia diverso tutte le volte che avevo una lezione. E alla fine non ho imparato a nuotare”.
- Come no! Nuoti benissimo!
“Certo che nuoto benissimo, ma ho imparato da sola, al mare. La piscina non mi è servita a nulla. La odiavo. Odiavo l’odore di cloro che mi investiva appena varcavo la soglia dell’edificio. Odiavo il pavimento freddo e scivoloso a bordo piscina, su cui facevamo riscaldamento prima di entrare in acqua. Odiavo il sapore dell’acqua che mi bruciava in gola ogni volta che “bevevo”. E “bevevo” sempre… Odiavo l’umidità che mi restava appiccicata ai capelli e alla pelle, quando mi rivestivo di fretta dopo la doccia, perché c’era il pulmino che partiva ad una certa ora e non potevamo farlo aspettare”.
- Mamma mia! E che era ‘na tortura ‘sta piscina?
“Dici che ho esagerato?” lo disse col tono ironico che usava sempre per sdrammatizzare dopo aver enfatizzato i difetti di qualcuno o qualcosa per suscitare una reazione, tenere vivo l’interesse del suo interlocutore mentre raccontava. Portarlo anche all’esasperazione se era il caso. Suo padre conosceva i suoi trucchi e non ci cascava più. Sapeva che stava drammatizzando per farlo sentire in colpa di proposito e poi dirgli semplicemente che non avrebbe seguito nemmeno un corso di danza da bambina perché era troppo pigra già allora per resistere ad allenamenti così duri.

“Comunque scherzavo, pa', non credo che avrei retto agli allenamenti di danza vera e poi ero rotondetta da piccola, sai le risate con un tutù, magari rosa! Oddio no! Per fortuna che non mi avete iscritta ad un corso di danza” esclamò ridendo mentre si immaginava chiusa dentro un costume troppo stretto. “Ma tu, cosa volevi dirmi quando hai iniziato a parlare di aerei e decolli, poco fa?”.
- Ma niente, rispose suo padre vago e per nulla convincente. - Volevo solo ricordarti che di aerei ne partono in continuazione. Ma ne arrivano altrettanti.

Lei non si voltò a guardarlo, non ne aveva bisogno. Poteva indovinare i suoi occhi lucidi e sapeva che l'avrebbe imbarazzato. Si limitò a prendergli la mano, stesa lungo il suo corpo, a pochi centimetri dalla sua. E la strinse. Forte.


A Guido, che tra pochi giorni è di nuovo il suo compleanno ma non lo festeggerà. A mio padre, di cui un giorno di alcuni anni fa, col sentimento di malinconia generato da un vero decollo, mi sono immaginata l'espisodio che ho scritto, come se lui avesse avuto il tempo di prepararmi all'evento della sua scomparsa. E a tutte le persone che ho perso, fisicamente e metaforicamente, per scelta oppure no.