domenica 23 novembre 2025

Fallimento

 A 50 anni vivo di nuovo le stesse ingiustizie di quando ero adolescente nella mia famiglia.

Nonostante tutto quello che ho costruito ho vissuto ho superato sono ancora quella bambina di 5 anni che si chiudeva sola nella sua stanza quella ragazza di 15 anni che scappava sempre di casa quella giovane donna di 20 anni che veniva chiamata parassita perchè studiava. 

Anche oggi che mi faccio in quattro per prendermi cura di mia madre malata subisco l'ingiustizia di non essere apprezzata ma anzi "Se non ci fossi stata tu tuo fratello avrebbe lasciato tutto a Pisa e sarebbe tornato per me tanto lui non ha problemi a cambiare vita".

A chiacchiere si costruiscono i palazzi...

La realtà è che io che sono la figlia minore ma non ho mai avuto una madre nè un fratello maggiore che mi proteggessero. Ho sempre avuto due estranei che non perdono occasione per denigrarmi.

Ma quando lui è finito in comunità per cocaina e quando lei è finita in ospedale per un tumore al polmone l'unica persona che si è adoperata per aiutare sono stata io.

L'unica persona che nella mia vita mi ha amata davvero è stato mio padre ma è anche l'unica persona per la quale quando si è ammalata ed è morta io non ho fatto quasi niente perchè non ho capito in tempo.

Anche oggi mi sento un fallimento perchè pensavo di essere riuscita ad allontanarmi per riuscire a diventare me stessa ed invece non sono neanche riuscita a farmi una famiglia a fare dei figli, ho avuto il terrore di fare figli e diventare come mia madre e rovinargli l'esistenza come ha fatto lei con la mia ed oggi mi manca da morire non aver fatto questa esperienza che mi meritavo e oggi so che sarei stata una madre amorevole e giusta.

Ho fatto un giro lunghissimo ma mi rendo conto oggi che sono ritornata al punto di partenza. Non ho risolto nulla. Infatti sono sola. Ho un lavoro mediocre, una vita mediocre, senza amici veri, senza un amore vero, non una relazione, ma almeno un amore nel cuore. Sono asettica, non provo nulla, sono un cazzo di iceberg. Le uniche emozioni che provo sono di rabbia e di frustrazione ancora e solo verso questa famiglia in cui non riconosco nessuna identità. Spesso mi chiedo come ho fatto ad uscire da quell'utero, come ho fatto a diventare la persona che sono NONOSTANTE LORO.

Meritavo di meglio ma non sono sicura di avere fatto del mio meglio.

Sono proprio a terra. 

Non so da dove ripartire.  

 

martedì 28 ottobre 2025

LO SVILUPPO DELLA PAZIENZA E IL RECUPERO DEL POTERE PERSONALE

 

«Qual è il limite della pazienza? Quando devo smettere di essere paziente?»

Domanda frequente. Ma la risposta è semplice: o sei paziente, o non lo sei affatto.


È come dire: o sei incinta o non lo sei.

Non puoi essere un po’ incinta, o incinta quando ti conviene.

Una qualità, una realizzazione o una virtù, per essere autentica, dev’essere stabile e permanente. Altrimenti è solo un’idea, non una realtà.


La pazienza è una delle basi del lavoro su di sé.

È ciò che permette lo sviluppo della consapevolezza, dell’amore e della compassione.

Essere pazienti significa stare nel qui e ora, osservare, ascoltare, restare presenti e scegliere consapevolmente come interagire con una situazione d’attrito, trasformando l’energia della sofferenza in comprensione.


Molti associano la parola pazienza a una forma di debolezza o di passività, come se il paziente fosse colui che subisce, che si lascia calpestare, che non reagisce.

Ma la vera pazienza non è inerzia: è potere personale allo stato puro.


Essere pazienti significa non reagire meccanicamente, non lasciare che l’istinto o l’ego rispondano al posto nostro.

Significa rimanere fedeli a se stessi nel momento di attrito, conservando la lucidità, la centratura, la libertà interiore.

Ogni volta che reagisci automaticamente, come una macchina stimolo-risposta, perdi energia, perdi presenza, perdi forza.

In pratica, perdi te stesso.


La mancanza di pazienza indica una perdita di centratura: non sai più dove sei, cosa vuoi, né come agire.

Ti senti minacciato, disorientato, inadeguato.

E allora reagisci: ti irriti, ti chiudi, esplodi.

È una forma di fuga dal momento presente.


Dietro l’impazienza si nasconde sempre un rifiuto del qui e ora.

Vorresti essere altrove, in una situazione diversa, senza dover affrontare quella tensione, quella frustrazione, quella sensazione di inadeguatezza che la realtà ti sta mostrando.

L’irritazione è proprio questo: il corpo che dice “non voglio stare qui”.


Ma proprio lì — in quel punto scomodo, in quella resistenza — si trova la porta del lavoro interiore.

Restare presenti in una situazione d’attrito è difficile perché ci mette di fronte a ciò che non vogliamo vedere: la nostra incapacità di gestire certe energie, la nostra paura di perdere il controllo.

Ecco perché la pazienza non è una virtù romantica, ma una forza alchemica.


Poche persone colgono questa sfumatura.

L’impazienza ha molti volti sottili: l’irritazione, l’ansia, l’attesa nervosa, il bisogno di capire subito, la fretta di cambiare le cose.

Ma tutte hanno la stessa radice: l’incapacità di restare nel presente senza volerlo manipolare.


La vera pazienza nasce quando smetti di voler cambiare ciò che accade e inizi semplicemente a vederlo.

In quel momento, la coscienza prende il posto della reazione.

E tu recuperi il tuo potere personale.


Roberto Potocniak

MADRI CHE INVIDIANO LE FIGLIE

Alcune relazioni sono lo specchio dei nostri irrisolti con i genitori.

Bisogna fare molta attenzione: quando parliamo di famiglia d’origine, dobbiamo pensare alla sua rappresentazione interna, a energie impercettibili che si muovono senza che qualcuno ne sia colpevole o totalmente consapevole.

È perfettamente inutile, superati i vent’anni, andare a recriminare qualcosa ai genitori, anche perché per comprendere certi disagi occorre – appunto – consapevolezza.

Mi riferisco, quindi, a come avete percepito la vostra famiglia e a come l’avete rielaborata dentro di voi.


Fatta questa doverosa premessa, oggi analizziamo l’invidia materna.


Credere che la madre ami in modo angelicato e puro i figli è una fandonia.

I sentimenti umani sono impregnati di ambivalenza: tutti.

Il punto è fare in modo che questa ambivalenza rimanga sotto una certa soglia e renda la relazione “sufficientemente buona”.


L’invidia materna verso la figlia femmina si insinua nella madre che non ha potuto vivere la propria vita, che è sofferente, frustrata, depressa, che vive con un uomo che non ama, che non ha scelto la sua esistenza, che ha avuto genitori castranti e che non è riuscita a liberarsi rompendo le catene con un lavoro su di sé.


Ella proietta sulla figlia tutto questo e, se con una mano rema affinché la figlia si affranchi da quel modus vivendi, con l’altra, nel profondo, non riesce a immaginarla come una donna libera e autodeterminata.


Cosa sentirà la figlia?

Pochi di noi sono in grado di percepire i sentimenti negativi dei genitori.

Semplicemente, è troppo per loro.


La figlia percepisce:

 • la sensazione di non riuscire a realizzarsi

 • di essere ostacolata da qualcosa di indefinito

 • che la vita è costantemente altrove

 • una frizione con la madre che non sa spiegare

 • qualcosa che la imbriglia e la avvolge senza riuscire a liberarsene

 • e, infine ma non per importanza, troverà partner narcisisti che provano invidia per lei


Quest’ultimo punto è quello che, in modo più chiaro e patognomonico, rivela un irrisolto con il materno.


Queste donne sembrano abituate a essere lentamente corrose dall’invidia strisciante del partner.


L’invidia è un sentimento molto distruttivo, perché l’altro, nel profondo, desidera che tu non ce la faccia e che tu perda ciò che hai.


Sembra impossibile che qualcuno che dice di amarci e volerci bene possa provare queste cose, ma l’animo umano è complesso e contraddittorio.


La prima cosa da fare è riconoscere, in un percorso psicologico, che il rapporto con la madre è macchiato da questa nera coltre.

Ci vuole molto coraggio.

Molti mollano.

Pochi reggono.


Superato questo step, si inizia a rielaborare il vissuto di dolore e, infine, ad allontanare anche i soggetti che continuano a riproporre quel perverso copione.


Occorre sempre ricordare che gli altri sono i maestri della nostra vita, perché ci permettono di capire su cosa lavorare per evolvere, anche nei casi peggiori.


Il lavoro interiore e il percorso di guarigione restano le uniche chiavi d’accesso al complesso mondo delle ombre inconsce.


Claudia Crispolti


Proprietà letteraria riservata

giovedì 20 marzo 2025

Un passo alla volta

Sembrava un pulcino bagnato: minuscola, sofferente, le spalle cadenti, lo sguardo perso nel vuoto, la svogliatezza all’idea di muovere un altro passo.

Sembrava che facesse di tutto per non essere lì, come se volesse scomparire, essere altrove.

Invece siamo entrate in una stanza dove siamo state letteralmente accolte da questo donnone che pareva una figura antica e suscitava un certo timore ed un’altra donna, paffuta e sorridente. Appena la Dottoressa ha iniziato a parlare, la sua voce ha trasmesso calore, protezione, ma anche attenzione, rispetto, in una sola parola il vero senso di cura. E lei si è lasciata completamente andare come in quell’esercizio sulla fiducia in cui ci si lascia cadere di spalle certi che la persona dietro di noi ci sorreggerà.

Le ha raccontato ogni sintomo, variazione, sensazione che ha provato in questi mesi per aiutarla a capire oltre i referti che la Dottoressa aveva appena terminato di leggere.

Alla fine della visita e del piano terapeutico spiegato con cura, la sua schiena, che prima era ingobbita sulla sedia, era adesso dritta e ben appoggiata allo schienale. 

La sua camminata fino all’auto certamente più lenta di prima era però sicura e a testa alta. Guardava davanti a sé mentre appoggiata al mio braccio non smetteva di elogiare quelle due donne che l’avevano fatta sentire così a suo agio da permetterle di aprirsi con tanta spigliatezza, senza soggezione o pudore.

Al mattino quando sono entrata in casa per portarla in auto, il suo volto era una maschera tesa. Nel parcheggio dell'ospedale, mentre facevo manovra per tornare a casa, la guardavo mangiare con appetito il cornetto che le avevo offerto ore prima, i lineamenti del viso distesi come se avesse solo allora ripreso a respirare a pieni polmoni. Ecco! Per tutto il tempo mi è sembrato che trattenesse il respiro in attesa del responso. Che temeva fosse infausto. Ridendo mi ha detto: “Mi vedevo già nella bara”.

Appena salita in casa ha apparecchiato la tavola e messo sul fuoco la pentola piena d'acqua per la pasta mentre io aggiornavo il mio capo al telefono. Subito dopo ha voluto che le cercassi sul cellulare i numeri delle sue amiche più intime per dire loro con voce squillante che va tutto bene (che nessuno le ha detto che sta per morire, ho pensato io e forse anche lei ma nessuno ha pronunciato queste parole ad alta voce). 

Ho preparato le linguine aglio, olio e peperoncino. Ha mangiato con appetito e senza pause tutto il contenuto del piatto. Mi ha chiesto di farle il caffè invece di alzarsi lei stessa, segno che sta accettando di affidarsi. Abbiamo chiacchierato tranquillamente e senza tensioni. Nelle sue parole la sensazione di guardare al futuro con ottimismo e la convinzione che in pochi giorni, grazie alla cura prescritta dalla dottoressa brava di oggi e di cui si fida, non come quella isterica della dottoressa di famiglia, si sentirà meglio e tornerà a fare le cose di prima come muoversi da sola a piedi o in pullman per sbrigare le sue commissioni senza l’aiuto di nessuno.

Non ne sono convinta io ma non le ho detto nulla. È giusto e utile che lei abbia questo atteggiamento perché sarà il motore che l’aiuterà ad affrontare meglio i prossimi giorni, i prossimi eventi. 

Un passo alla volta.