«Qual è il limite della pazienza? Quando devo smettere di essere paziente?»
Domanda frequente. Ma la risposta è semplice: o sei paziente, o non lo sei affatto.
È come dire: o sei incinta o non lo sei.
Non puoi essere un po’ incinta, o incinta quando ti conviene.
Una qualità, una realizzazione o una virtù, per essere autentica, dev’essere stabile e permanente. Altrimenti è solo un’idea, non una realtà.
La pazienza è una delle basi del lavoro su di sé.
È ciò che permette lo sviluppo della consapevolezza, dell’amore e della compassione.
Essere pazienti significa stare nel qui e ora, osservare, ascoltare, restare presenti e scegliere consapevolmente come interagire con una situazione d’attrito, trasformando l’energia della sofferenza in comprensione.
Molti associano la parola pazienza a una forma di debolezza o di passività, come se il paziente fosse colui che subisce, che si lascia calpestare, che non reagisce.
Ma la vera pazienza non è inerzia: è potere personale allo stato puro.
Essere pazienti significa non reagire meccanicamente, non lasciare che l’istinto o l’ego rispondano al posto nostro.
Significa rimanere fedeli a se stessi nel momento di attrito, conservando la lucidità, la centratura, la libertà interiore.
Ogni volta che reagisci automaticamente, come una macchina stimolo-risposta, perdi energia, perdi presenza, perdi forza.
In pratica, perdi te stesso.
La mancanza di pazienza indica una perdita di centratura: non sai più dove sei, cosa vuoi, né come agire.
Ti senti minacciato, disorientato, inadeguato.
E allora reagisci: ti irriti, ti chiudi, esplodi.
È una forma di fuga dal momento presente.
Dietro l’impazienza si nasconde sempre un rifiuto del qui e ora.
Vorresti essere altrove, in una situazione diversa, senza dover affrontare quella tensione, quella frustrazione, quella sensazione di inadeguatezza che la realtà ti sta mostrando.
L’irritazione è proprio questo: il corpo che dice “non voglio stare qui”.
Ma proprio lì — in quel punto scomodo, in quella resistenza — si trova la porta del lavoro interiore.
Restare presenti in una situazione d’attrito è difficile perché ci mette di fronte a ciò che non vogliamo vedere: la nostra incapacità di gestire certe energie, la nostra paura di perdere il controllo.
Ecco perché la pazienza non è una virtù romantica, ma una forza alchemica.
Poche persone colgono questa sfumatura.
L’impazienza ha molti volti sottili: l’irritazione, l’ansia, l’attesa nervosa, il bisogno di capire subito, la fretta di cambiare le cose.
Ma tutte hanno la stessa radice: l’incapacità di restare nel presente senza volerlo manipolare.
La vera pazienza nasce quando smetti di voler cambiare ciò che accade e inizi semplicemente a vederlo.
In quel momento, la coscienza prende il posto della reazione.
E tu recuperi il tuo potere personale.
Roberto Potocniak
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