martedì 28 ottobre 2025

LO SVILUPPO DELLA PAZIENZA E IL RECUPERO DEL POTERE PERSONALE

 

«Qual è il limite della pazienza? Quando devo smettere di essere paziente?»

Domanda frequente. Ma la risposta è semplice: o sei paziente, o non lo sei affatto.


È come dire: o sei incinta o non lo sei.

Non puoi essere un po’ incinta, o incinta quando ti conviene.

Una qualità, una realizzazione o una virtù, per essere autentica, dev’essere stabile e permanente. Altrimenti è solo un’idea, non una realtà.


La pazienza è una delle basi del lavoro su di sé.

È ciò che permette lo sviluppo della consapevolezza, dell’amore e della compassione.

Essere pazienti significa stare nel qui e ora, osservare, ascoltare, restare presenti e scegliere consapevolmente come interagire con una situazione d’attrito, trasformando l’energia della sofferenza in comprensione.


Molti associano la parola pazienza a una forma di debolezza o di passività, come se il paziente fosse colui che subisce, che si lascia calpestare, che non reagisce.

Ma la vera pazienza non è inerzia: è potere personale allo stato puro.


Essere pazienti significa non reagire meccanicamente, non lasciare che l’istinto o l’ego rispondano al posto nostro.

Significa rimanere fedeli a se stessi nel momento di attrito, conservando la lucidità, la centratura, la libertà interiore.

Ogni volta che reagisci automaticamente, come una macchina stimolo-risposta, perdi energia, perdi presenza, perdi forza.

In pratica, perdi te stesso.


La mancanza di pazienza indica una perdita di centratura: non sai più dove sei, cosa vuoi, né come agire.

Ti senti minacciato, disorientato, inadeguato.

E allora reagisci: ti irriti, ti chiudi, esplodi.

È una forma di fuga dal momento presente.


Dietro l’impazienza si nasconde sempre un rifiuto del qui e ora.

Vorresti essere altrove, in una situazione diversa, senza dover affrontare quella tensione, quella frustrazione, quella sensazione di inadeguatezza che la realtà ti sta mostrando.

L’irritazione è proprio questo: il corpo che dice “non voglio stare qui”.


Ma proprio lì — in quel punto scomodo, in quella resistenza — si trova la porta del lavoro interiore.

Restare presenti in una situazione d’attrito è difficile perché ci mette di fronte a ciò che non vogliamo vedere: la nostra incapacità di gestire certe energie, la nostra paura di perdere il controllo.

Ecco perché la pazienza non è una virtù romantica, ma una forza alchemica.


Poche persone colgono questa sfumatura.

L’impazienza ha molti volti sottili: l’irritazione, l’ansia, l’attesa nervosa, il bisogno di capire subito, la fretta di cambiare le cose.

Ma tutte hanno la stessa radice: l’incapacità di restare nel presente senza volerlo manipolare.


La vera pazienza nasce quando smetti di voler cambiare ciò che accade e inizi semplicemente a vederlo.

In quel momento, la coscienza prende il posto della reazione.

E tu recuperi il tuo potere personale.


Roberto Potocniak

MADRI CHE INVIDIANO LE FIGLIE

Alcune relazioni sono lo specchio dei nostri irrisolti con i genitori.

Bisogna fare molta attenzione: quando parliamo di famiglia d’origine, dobbiamo pensare alla sua rappresentazione interna, a energie impercettibili che si muovono senza che qualcuno ne sia colpevole o totalmente consapevole.

È perfettamente inutile, superati i vent’anni, andare a recriminare qualcosa ai genitori, anche perché per comprendere certi disagi occorre – appunto – consapevolezza.

Mi riferisco, quindi, a come avete percepito la vostra famiglia e a come l’avete rielaborata dentro di voi.


Fatta questa doverosa premessa, oggi analizziamo l’invidia materna.


Credere che la madre ami in modo angelicato e puro i figli è una fandonia.

I sentimenti umani sono impregnati di ambivalenza: tutti.

Il punto è fare in modo che questa ambivalenza rimanga sotto una certa soglia e renda la relazione “sufficientemente buona”.


L’invidia materna verso la figlia femmina si insinua nella madre che non ha potuto vivere la propria vita, che è sofferente, frustrata, depressa, che vive con un uomo che non ama, che non ha scelto la sua esistenza, che ha avuto genitori castranti e che non è riuscita a liberarsi rompendo le catene con un lavoro su di sé.


Ella proietta sulla figlia tutto questo e, se con una mano rema affinché la figlia si affranchi da quel modus vivendi, con l’altra, nel profondo, non riesce a immaginarla come una donna libera e autodeterminata.


Cosa sentirà la figlia?

Pochi di noi sono in grado di percepire i sentimenti negativi dei genitori.

Semplicemente, è troppo per loro.


La figlia percepisce:

 • la sensazione di non riuscire a realizzarsi

 • di essere ostacolata da qualcosa di indefinito

 • che la vita è costantemente altrove

 • una frizione con la madre che non sa spiegare

 • qualcosa che la imbriglia e la avvolge senza riuscire a liberarsene

 • e, infine ma non per importanza, troverà partner narcisisti che provano invidia per lei


Quest’ultimo punto è quello che, in modo più chiaro e patognomonico, rivela un irrisolto con il materno.


Queste donne sembrano abituate a essere lentamente corrose dall’invidia strisciante del partner.


L’invidia è un sentimento molto distruttivo, perché l’altro, nel profondo, desidera che tu non ce la faccia e che tu perda ciò che hai.


Sembra impossibile che qualcuno che dice di amarci e volerci bene possa provare queste cose, ma l’animo umano è complesso e contraddittorio.


La prima cosa da fare è riconoscere, in un percorso psicologico, che il rapporto con la madre è macchiato da questa nera coltre.

Ci vuole molto coraggio.

Molti mollano.

Pochi reggono.


Superato questo step, si inizia a rielaborare il vissuto di dolore e, infine, ad allontanare anche i soggetti che continuano a riproporre quel perverso copione.


Occorre sempre ricordare che gli altri sono i maestri della nostra vita, perché ci permettono di capire su cosa lavorare per evolvere, anche nei casi peggiori.


Il lavoro interiore e il percorso di guarigione restano le uniche chiavi d’accesso al complesso mondo delle ombre inconsce.


Claudia Crispolti


Proprietà letteraria riservata