domenica 23 novembre 2025

Fallimento

 A 50 anni vivo di nuovo le stesse ingiustizie di quando ero adolescente nella mia famiglia.

Nonostante tutto quello che ho costruito ho vissuto ho superato sono ancora quella bambina di 5 anni che si chiudeva sola nella sua stanza quella ragazza di 15 anni che scappava sempre di casa quella giovane donna di 20 anni che veniva chiamata parassita perchè studiava. 

Anche oggi che mi faccio in quattro per prendermi cura di mia madre malata subisco l'ingiustizia di non essere apprezzata ma anzi "Se non ci fossi stata tu tuo fratello avrebbe lasciato tutto a Pisa e sarebbe tornato per me tanto lui non ha problemi a cambiare vita".

A chiacchiere si costruiscono i palazzi...

La realtà è che io che sono la figlia minore ma non ho mai avuto una madre nè un fratello maggiore che mi proteggessero. Ho sempre avuto due estranei che non perdono occasione per denigrarmi.

Ma quando lui è finito in comunità per cocaina e quando lei è finita in ospedale per un tumore al polmone l'unica persona che si è adoperata per aiutare sono stata io.

L'unica persona che nella mia vita mi ha amata davvero è stato mio padre ma è anche l'unica persona per la quale quando si è ammalata ed è morta io non ho fatto quasi niente perchè non ho capito in tempo.

Anche oggi mi sento un fallimento perchè pensavo di essere riuscita ad allontanarmi per riuscire a diventare me stessa ed invece non sono neanche riuscita a farmi una famiglia a fare dei figli, ho avuto il terrore di fare figli e diventare come mia madre e rovinargli l'esistenza come ha fatto lei con la mia ed oggi mi manca da morire non aver fatto questa esperienza che mi meritavo e oggi so che sarei stata una madre amorevole e giusta.

Ho fatto un giro lunghissimo ma mi rendo conto oggi che sono ritornata al punto di partenza. Non ho risolto nulla. Infatti sono sola. Ho un lavoro mediocre, una vita mediocre, senza amici veri, senza un amore vero, non una relazione, ma almeno un amore nel cuore. Sono asettica, non provo nulla, sono un cazzo di iceberg. Le uniche emozioni che provo sono di rabbia e di frustrazione ancora e solo verso questa famiglia in cui non riconosco nessuna identità. Spesso mi chiedo come ho fatto ad uscire da quell'utero, come ho fatto a diventare la persona che sono NONOSTANTE LORO.

Meritavo di meglio ma non sono sicura di avere fatto del mio meglio.

Sono proprio a terra. 

Non so da dove ripartire.  

 

martedì 28 ottobre 2025

LO SVILUPPO DELLA PAZIENZA E IL RECUPERO DEL POTERE PERSONALE

 

«Qual è il limite della pazienza? Quando devo smettere di essere paziente?»

Domanda frequente. Ma la risposta è semplice: o sei paziente, o non lo sei affatto.


È come dire: o sei incinta o non lo sei.

Non puoi essere un po’ incinta, o incinta quando ti conviene.

Una qualità, una realizzazione o una virtù, per essere autentica, dev’essere stabile e permanente. Altrimenti è solo un’idea, non una realtà.


La pazienza è una delle basi del lavoro su di sé.

È ciò che permette lo sviluppo della consapevolezza, dell’amore e della compassione.

Essere pazienti significa stare nel qui e ora, osservare, ascoltare, restare presenti e scegliere consapevolmente come interagire con una situazione d’attrito, trasformando l’energia della sofferenza in comprensione.


Molti associano la parola pazienza a una forma di debolezza o di passività, come se il paziente fosse colui che subisce, che si lascia calpestare, che non reagisce.

Ma la vera pazienza non è inerzia: è potere personale allo stato puro.


Essere pazienti significa non reagire meccanicamente, non lasciare che l’istinto o l’ego rispondano al posto nostro.

Significa rimanere fedeli a se stessi nel momento di attrito, conservando la lucidità, la centratura, la libertà interiore.

Ogni volta che reagisci automaticamente, come una macchina stimolo-risposta, perdi energia, perdi presenza, perdi forza.

In pratica, perdi te stesso.


La mancanza di pazienza indica una perdita di centratura: non sai più dove sei, cosa vuoi, né come agire.

Ti senti minacciato, disorientato, inadeguato.

E allora reagisci: ti irriti, ti chiudi, esplodi.

È una forma di fuga dal momento presente.


Dietro l’impazienza si nasconde sempre un rifiuto del qui e ora.

Vorresti essere altrove, in una situazione diversa, senza dover affrontare quella tensione, quella frustrazione, quella sensazione di inadeguatezza che la realtà ti sta mostrando.

L’irritazione è proprio questo: il corpo che dice “non voglio stare qui”.


Ma proprio lì — in quel punto scomodo, in quella resistenza — si trova la porta del lavoro interiore.

Restare presenti in una situazione d’attrito è difficile perché ci mette di fronte a ciò che non vogliamo vedere: la nostra incapacità di gestire certe energie, la nostra paura di perdere il controllo.

Ecco perché la pazienza non è una virtù romantica, ma una forza alchemica.


Poche persone colgono questa sfumatura.

L’impazienza ha molti volti sottili: l’irritazione, l’ansia, l’attesa nervosa, il bisogno di capire subito, la fretta di cambiare le cose.

Ma tutte hanno la stessa radice: l’incapacità di restare nel presente senza volerlo manipolare.


La vera pazienza nasce quando smetti di voler cambiare ciò che accade e inizi semplicemente a vederlo.

In quel momento, la coscienza prende il posto della reazione.

E tu recuperi il tuo potere personale.


Roberto Potocniak

MADRI CHE INVIDIANO LE FIGLIE

Alcune relazioni sono lo specchio dei nostri irrisolti con i genitori.

Bisogna fare molta attenzione: quando parliamo di famiglia d’origine, dobbiamo pensare alla sua rappresentazione interna, a energie impercettibili che si muovono senza che qualcuno ne sia colpevole o totalmente consapevole.

È perfettamente inutile, superati i vent’anni, andare a recriminare qualcosa ai genitori, anche perché per comprendere certi disagi occorre – appunto – consapevolezza.

Mi riferisco, quindi, a come avete percepito la vostra famiglia e a come l’avete rielaborata dentro di voi.


Fatta questa doverosa premessa, oggi analizziamo l’invidia materna.


Credere che la madre ami in modo angelicato e puro i figli è una fandonia.

I sentimenti umani sono impregnati di ambivalenza: tutti.

Il punto è fare in modo che questa ambivalenza rimanga sotto una certa soglia e renda la relazione “sufficientemente buona”.


L’invidia materna verso la figlia femmina si insinua nella madre che non ha potuto vivere la propria vita, che è sofferente, frustrata, depressa, che vive con un uomo che non ama, che non ha scelto la sua esistenza, che ha avuto genitori castranti e che non è riuscita a liberarsi rompendo le catene con un lavoro su di sé.


Ella proietta sulla figlia tutto questo e, se con una mano rema affinché la figlia si affranchi da quel modus vivendi, con l’altra, nel profondo, non riesce a immaginarla come una donna libera e autodeterminata.


Cosa sentirà la figlia?

Pochi di noi sono in grado di percepire i sentimenti negativi dei genitori.

Semplicemente, è troppo per loro.


La figlia percepisce:

 • la sensazione di non riuscire a realizzarsi

 • di essere ostacolata da qualcosa di indefinito

 • che la vita è costantemente altrove

 • una frizione con la madre che non sa spiegare

 • qualcosa che la imbriglia e la avvolge senza riuscire a liberarsene

 • e, infine ma non per importanza, troverà partner narcisisti che provano invidia per lei


Quest’ultimo punto è quello che, in modo più chiaro e patognomonico, rivela un irrisolto con il materno.


Queste donne sembrano abituate a essere lentamente corrose dall’invidia strisciante del partner.


L’invidia è un sentimento molto distruttivo, perché l’altro, nel profondo, desidera che tu non ce la faccia e che tu perda ciò che hai.


Sembra impossibile che qualcuno che dice di amarci e volerci bene possa provare queste cose, ma l’animo umano è complesso e contraddittorio.


La prima cosa da fare è riconoscere, in un percorso psicologico, che il rapporto con la madre è macchiato da questa nera coltre.

Ci vuole molto coraggio.

Molti mollano.

Pochi reggono.


Superato questo step, si inizia a rielaborare il vissuto di dolore e, infine, ad allontanare anche i soggetti che continuano a riproporre quel perverso copione.


Occorre sempre ricordare che gli altri sono i maestri della nostra vita, perché ci permettono di capire su cosa lavorare per evolvere, anche nei casi peggiori.


Il lavoro interiore e il percorso di guarigione restano le uniche chiavi d’accesso al complesso mondo delle ombre inconsce.


Claudia Crispolti


Proprietà letteraria riservata

giovedì 20 marzo 2025

Un passo alla volta

Sembrava un pulcino bagnato: minuscola, sofferente, le spalle cadenti, lo sguardo perso nel vuoto, la svogliatezza all’idea di muovere un altro passo.

Sembrava che facesse di tutto per non essere lì, come se volesse scomparire, essere altrove.

Invece siamo entrate in una stanza dove siamo state letteralmente accolte da questo donnone che pareva una figura antica e suscitava un certo timore ed un’altra donna, paffuta e sorridente. Appena la Dottoressa ha iniziato a parlare, la sua voce ha trasmesso calore, protezione, ma anche attenzione, rispetto, in una sola parola il vero senso di cura. E lei si è lasciata completamente andare come in quell’esercizio sulla fiducia in cui ci si lascia cadere di spalle certi che la persona dietro di noi ci sorreggerà.

Le ha raccontato ogni sintomo, variazione, sensazione che ha provato in questi mesi per aiutarla a capire oltre i referti che la Dottoressa aveva appena terminato di leggere.

Alla fine della visita e del piano terapeutico spiegato con cura, la sua schiena, che prima era ingobbita sulla sedia, era adesso dritta e ben appoggiata allo schienale. 

La sua camminata fino all’auto certamente più lenta di prima era però sicura e a testa alta. Guardava davanti a sé mentre appoggiata al mio braccio non smetteva di elogiare quelle due donne che l’avevano fatta sentire così a suo agio da permetterle di aprirsi con tanta spigliatezza, senza soggezione o pudore.

Al mattino quando sono entrata in casa per portarla in auto, il suo volto era una maschera tesa. Nel parcheggio dell'ospedale, mentre facevo manovra per tornare a casa, la guardavo mangiare con appetito il cornetto che le avevo offerto ore prima, i lineamenti del viso distesi come se avesse solo allora ripreso a respirare a pieni polmoni. Ecco! Per tutto il tempo mi è sembrato che trattenesse il respiro in attesa del responso. Che temeva fosse infausto. Ridendo mi ha detto: “Mi vedevo già nella bara”.

Appena salita in casa ha apparecchiato la tavola e messo sul fuoco la pentola piena d'acqua per la pasta mentre io aggiornavo il mio capo al telefono. Subito dopo ha voluto che le cercassi sul cellulare i numeri delle sue amiche più intime per dire loro con voce squillante che va tutto bene (che nessuno le ha detto che sta per morire, ho pensato io e forse anche lei ma nessuno ha pronunciato queste parole ad alta voce). 

Ho preparato le linguine aglio, olio e peperoncino. Ha mangiato con appetito e senza pause tutto il contenuto del piatto. Mi ha chiesto di farle il caffè invece di alzarsi lei stessa, segno che sta accettando di affidarsi. Abbiamo chiacchierato tranquillamente e senza tensioni. Nelle sue parole la sensazione di guardare al futuro con ottimismo e la convinzione che in pochi giorni, grazie alla cura prescritta dalla dottoressa brava di oggi e di cui si fida, non come quella isterica della dottoressa di famiglia, si sentirà meglio e tornerà a fare le cose di prima come muoversi da sola a piedi o in pullman per sbrigare le sue commissioni senza l’aiuto di nessuno.

Non ne sono convinta io ma non le ho detto nulla. È giusto e utile che lei abbia questo atteggiamento perché sarà il motore che l’aiuterà ad affrontare meglio i prossimi giorni, i prossimi eventi. 

Un passo alla volta.

venerdì 11 ottobre 2024

Donne & Alcool

L’alcolismo è una malattia progressiva. Prima o poi, il bere diventa sempre più incontrollabile, per cui tentare di gestirlo diviene un’ansia predominante: bere solo vino o birra, promettere a se stessi di bere solo durante il weekend, programmare i momenti delle bevute non sono che alcuni degli espedienti escogitati dagli alcolisti per cercare di controllarsi. Ma queste “buone intenzioni” sono esse stesse un classico sintomo di alcolismo, allo stesso modo dei devastanti dopo-sbornia o dei terrificanti vuoti di memoria.

Forse la parola “alcolista” ti disturba. Ancora oggi essa suggerisce a molti l’idea di un essere debole ed emarginato. Quando, poi, si parla di alcoliste donne questa falsa impressione si accentua. La maggior parte della gente tende a guardare con tolleranza o anche con divertimento un ubriaco uomo ma rifugge con un senso di ripugnanza una donna nelle medesime condizioni. La tragedia più grande è che la stessa donna alcolista condivide molto spesso un pregiudizio del genere. Il peso della colpa, che tutti i bevitori alcolisti si portano sulle spalle, per lei può essere raddoppiato.

https://www.alcolistianonimiitalia.it/

mercoledì 11 settembre 2024

Preghiera della serenità

Dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare

Il coraggio di cambiare quelle che posso

La saggezza di riconoscerne la differenza

AA - 10 settembre 2024

Terzo incontro

Il mio compleanno, 49.

Ho passato la settimana a sfornare Muffin per allenarmi e alla fine ieri sera mi sono presentata con due vassoi pieni: alla mela e con gocce di cioccolato. Li hanno spazzolati con tanto di complimenti!

Ieri sera c’era un certo Davide che ha raccontato alcuni aspetti dell’alcolismo che sono stati un pugno nello stomaco, anche per il modo in cui parlava, descriveva: asciutto, preciso e per questo più efficace. Ed ogni volta che toccava un nervo scoperto dal racconto di altri prima di lui, fissava la persona che ne aveva fatto cenno come a sottolineare, rispondere, rendere più evidente. Come quando mi ha guardata intensamente mentre precisava che in una fase l’alcool aiuta a dormire ma più si abusa e più la voglia è solo di stare svegli per continuare a bere (perché poco prima avevo raccontato che dopo una bottiglia di vino di solito svenivo nel letto anche molto presto la sera e dormivo senza sogni fino al giorno dopo).

È stato molto crudo nel suo modo di descrivere la sua esperienza molto lunga, fitta di ricadute dovute a quelli che lui ha chiamato “esperimenti”: la sbronza solo del sabato sera, bere solo un baio di bicchieri durante la cena o solo una birra all’aperitivo. Regolarmente nel giro di poco tempo ogni tentativo di controllare la situazione è sfociato nell’abuso. Tanto che lui stesso si definisce molto sorpreso di avere smesso da circa tre anni.

È stato particolarmente “spesso” quando, con un gesto del braccio e della mano verso il basso, ha detto: “L’abuso di alcool può solo peggiorare”.

Anche questa volta sono stata chiamata in causa da Gianni, il coordinatore, ed è stata la prima volta che ho usato la frase di rito prima di iniziare: sono Valentina e sono un’alcolista. Avevamo letto all’inizio il settimo passo che tratta dell’umiltà. Ma nelle premesse c’era quella caratteristica che accomuna tutti quelli che bevono: quando è stata una giornata particolarmente positiva o quando capita qualcosa di negativo, il primo pensiero è accompagnarlo con l’alcool. Avrei voluto parlare di questo ma poi l’immensità del discorso sull’umiltà mi ha portato verso altre riflessioni ed anche i racconti di chi mi ha preceduto. Legato a questo c’è anche il discorso sui difetti, che è il quarto passo ma io non ho avuto modo di studiare perché sono arrivata dopo, quando eravamo già al quinto. Così mi sono fatta prestare un libro e in questi giorni approfondirò.

Ho parlato invece del fatto che da quando ho smesso di bere (oggi sono tre settimane), mi sento come se mi fossi tolta un peso dalle spalle, mi sento più libera e soprattutto più lucida nell’affrontare la mia giornata. Tutto della mia giornata. Come dice Fabio, anche io mi sento più tranquilla, affronto le cose con meno ansia e paura, non ho la smania di risolvere tutto e subito, sono in grado di attendere. A volte le cose si risolvono da sole o almeno si sgonfiano e diventano più accettabili, più accessibili.

 

"Non buttarti giù se in questo momento pensi non ci sia nessuno intorno a te: fa parte del cammino che hai intrapreso che è sicuramente su una strada più giusta di quella di prima.

Sono orgoglioso di te e ti voglio bene. Stai avanti un sacco e da subito ma occhio a non compiacerti: è un'arma a doppio taglio. Devi lavorare come gli altri umili mortali benchè tu non lo sia".

Grazie, Pitrox.

giovedì 5 settembre 2024

AA – 3 Settembre 2024

Secondo incontro

Mentre andavo al secondo incontro il cielo era nerissimo e non smetteva di tuonare e lampeggiare. Ma non ho pensato nemmeno per un istante di restare a casa con i gatti.

Un gruppetto era fuori dalla struttura che chiacchierava fumando una sigaretta, con leggerezza. Denise mi ha accolta dicendo: “Ciao, sei tornata! Sono contenta di rivederti”.

Anche questa volta ho preso la parola dopo un paio di persone che mi hanno preceduta. Ho raccontato l’impatto positivo del primo incontro, di quanto abbia rafforzato la mia iniziativa di non bere, di quanto sia stato relativamente semplice non cadere in tentazione in queste due settimane. Ho parlato del mio compleanno che sarà martedì prossimo. Ho raccontato che da un po’ di tempo stavo pensando a come festeggiare ma poi mi sono resa conto che come al solito tutto si sarebbe ridotto ad offrire da bere al bar, senza fare nulla di speciale. Mi sono resa conto che il martedì è il giorno dei nostri incontri e ho pensato che fosse un segno del destino e soprattutto sono molto felice di festeggiarlo così

Quando ho detto quanti anni compirò, Denise ha fatto la faccia della sorpresa genuina e mi ha detto: 

“Ma non ci credo! 49 anni! Ma sei un fiore!”.

Poi mi sono ricordata che nel ricettario della friggitrice ad aria che ho comprato un paio di mesi fa ci sono anche i Muffin e ho deciso che preparerò io i dolcetti piuttosto di comprarli in pasticceria. Voglio fare una cosa nuova per me, non ho mai cucinato dolci. 

Ieri sera i più anziani dicevano che la “filosofia” di AA è una scuola di vita, un programma di vita.

La sobrietà non è solo astinenza dal bere ma è un modo di approcciarsi alla vita.

È incredibile come ognuno di noi si ricordi la data precisa in cui ha smesso di bere. 

La mia è il 21 agosto, e se devo essere sincera queste due settimane sono volate, mi sembra passato un secolo dall’ultima volta che ho bevuto, è come se avessi chiuso un portone alle mie spalle e non mi fossi più voltata indietro. Come se adesso riuscissi a guardare solo avanti e nella mia visione delle cose percepisco un’apertura ed una sensazione di nuove opportunità che non provavo da molto tempo. Mi sento diversa quando sono nel gruppo, in quelle due ore. Provo qualcosa di completamente nuovo che mi rafforza, mi scalda, mi fa sentire a mio agio, azzera tutte le convenzioni e gli approcci abituali. Soprattutto è la seconda volta che parlando sono anche ironica e sorrido e mi chiedo se mi sento davvero così, leggera e ottimista, oppure se è il mio modo di proteggermi. All’inizio mi sentivo solo in colpa e mi vergognavo, mentre ora è come se avessi preso in mano la mia vita e potessi solo fare bene, mi sento forte e piena di risorse, come se dentro di me fosse scattato qualcosa che dice che posso affrontare i miei problemi, posso superarli. 

Il fatto di astenermi dal bere da due settimane in modo del tutto autosufficiente, prima ancora di partecipare agli incontri, mi trasmette una grande fiducia in me stessa, un po’ come quando ho smesso di fumare, da un giorno all’altro, senza l’aiuto di nessuno.

Nella mia visione delle cose riesco ad immaginare una Valentina che non beve più, non solo adesso che sono chiusa in me stessa e non frequento i bar, ma anche quando tornerò ad una vita sociale che però sarà sicuramente diversa, nelle persone e nei contesti e nei luoghi.

giovedì 29 agosto 2024

AA - 27 Agosto 2024

     Primo incontro

1.       Ho capito il metodo. Ogni persona presente prende la parola e racconta un pezzo della sua esperienza. E tu senti risuonare dentro alcune corde, in modo più o meno forte a seconda degli elementi che ascolti e ad un certo punto ti rendi conto che sei in un contesto nuovo, dove le persone attorno a te hanno vissuto/vivono qualcosa che conosci molto bene, anche se ognuno a modo proprio

2.       Ho capito a che livello mi trovo della malattia: sono riuscita a interrompere da sola senza fare grande fatica. Forse il giorno più duro è stato lunedì: sono rientrata a lavoro dopo tre settimane di ferie e mentre guidavo verso casa sono stata assalita dall’ansia perché quello è l’orario dell’aperitivo, la calamita verso il bar. Ma sono riuscita a farmene una ragione. Sono andata dritta dai gatti e ho fatto altro, mi sono distratta. Mentre mi saliva la voglia di cedere al rituale quotidiano di andare al bar ho immaginato le persone che avrei incontrato, l’atmosfera, il sapore del prosecco e poi la voglia di prendere del vino da portare a casa che di sicuro si sarebbe scatenata e ho avuto  un senso di repulsione, una sensazione di INUTILITA’, ho avuto la percezione forte di conoscere già tutti i movimenti e ho sentito una stanchezza enorme all’idea di ripeterli: versarmi da bere mentre guardo la TV seduta al tavolo della cucina da sola, la consapevolezza che pian piano avrei iniziato a non avere più totale coscienza del momento, avrei bevuto fino a finire la bottiglia come fosse qualcosa di irrinunciabile, e non importa che ora fosse stata, sarei andata a dormire e il giorno dopo non avrei avuto memoria di gran parte della serata. Anzi: mi sarei svegliata preoccupata e mi sarei guardata intorno per capire se avessi fatto qualche danno. E così è stato relativamente semplice addomesticare la mia mente e sottrarla alla schiavitù della routine, dell’abitudine più facile, quella che conosco meglio, a cui mi sono aggrappata tante volte, che mi dava un senso di conforto, quella di scivolare fino al bar e ordinare il primo prosecco dei molti che ancora una volta avrei bevuto.

3.       Ho capito che ho superato una linea sottile da cui non posso più tornare indietro. Io non potrò mai più bere nemmeno un bicchiere di nulla. Altrimenti il circolo riprenderà. Non posso controllare l’alcool. Lui ha preso un tale potere per cui nel giro di niente non sarò di nuovo più in grado di gestirlo. Io non potrò più bere un bicchiere di vino a cena o una birra con una pizza. Il mio problema oggi non è il bicchiere di troppo, ma il PRIMO bicchiere.

4.       Mi hanno invitata a raccontare la mia esperienza. Ho raccontato del mio rapporto complicato con l’alcool in generale, il rito quotidiano dell’aperitivo a cui mi è sempre stato difficile rinunciare, e la degenerazione degli ultimi mesi, per finire alle ultime settimane passate a bere a casa da sola e per concludere con gli ultimi giorni, la serata da Fabio e la “tre giorni” di bevute ininterrotte che mi hanno portato a cadere in casa procurandomi lividi in tutto il corpo. E infine la resa: una settimana fa a quest’ora ero da mia madre che camminavo avanti e indietro per casa sua senza riuscire a stare ferma e seduta. Da allora non ho più bevuto nulla. Alla fine del mio racconto un degli altri partecipanti, di quelli che ne sono usciti e ora aiutano i nuovi arrivati, mi ha detto: “Per come ragioni, sei nel posto giusto”.

5.       Alla fine dell’incontro una ragazza, Denise, 39 anni, mi ha preso le mani tra le sue e mi ha detto: “Mentre parlavi tremavo tutta, non riuscivo a stare ferma. Mi hai fatto risuonare molte corde”. Quando parlavo delle reazioni violente e soprattutto del terrore del giorno dopo dovuto al totale vuoto di memoria di quanto accaduto, vedevo solo la sua testa fare su e giù.

6.       La teoria delle 24 ore: ognuno di noi deve impegnarsi a non bere per 24 ore. Ogni giorno.

7.       La sensazione più forte è stata sentirmi completamente compresa, sentirmi parte di qualcosa, completamente accolta. Questo è successo solo ascoltando il racconto delle esperienze degli altri. Avevo deciso, mentre ascoltavo, di non parlare, visto che era la mia prima sera. Ma il coordinatore del gruppo, dopo alcuni interventi mi ha chiamata in causa. Ed io che mi stavo un po’ chiudendo nelle mie riflessioni, sono invece riuscita a parlare a ruota libera, pur articolando in modo sensato il mio primo racconto.

8.       Appena sono arrivata mi è sembrato un gruppo di scoppiati male assortiti. Per un attimo mi sono chiesta: “Ma che ci faccio qui?”. Ma mi ero ripromessa di non avere pregiudizi, di provare. E quando ognuno ha iniziato a parlare di sé, tutta la parte esteriore, l’immagine di loro, è scivolata in fondo e la mia attenzione e soprattutto il mio “giudizio” si è concentrato sul lato interiore che emergeva dalle loro parole. Sono sfumati i volti, l’abbigliamento, l’aspetto meramente fisico, l’età, un contesto altro rispetto a qualunque cosa io abbia mai vissuto in passato.

9.       Il mio compleanno quest’anno cade di martedì, tra due settimane, ed io che non sapevo come festeggiarlo e soprattutto che temevo di cedere e brindarci sopra, sono contenta che lo passerò con loro, al mio terzo incontro.  Magari porterò i pasticcini (cosa che non ho mai fatto nella mia vita).

10.   Mi è tornato l’appetito ma a volte è come se fosse una compensazione alla mancanza di alcool, come quando ho smesso di fumare e i primi tempi avevo sempre bisogno di sostituire la sigaretta con qualcosa di sfizioso da mangiare. Ma siccome non voglio ingrassare, bevo acqua e raggiro la mente.

giovedì 7 dicembre 2023

non è mai troppo tardi



8 tentacoli.

Ti sarebbe piaciuto.

Tema in classe

In quinta liceo scrivevo sempre i temi direttamente in bella.

Le prime due ore erano dedicate a buttare giù la bozza, dopo qualche giorno altre due ore per trasformarla in bella.

Quelle seconde due ore io leggevo perchè avevo già consegnato il mio tema alla fine delle prime due.

Senza alcun ripensamento o bisogno di modificare una sola parola o frase.

Quando la docente restituiva i temi corretti, ogni volta mi chiedeva di alzarmi in piedi e leggere il mio alla classe perchè era quello più significativo, quello che aveva colto ed elabotato al meglio la "traccia" che era stata assegnata.

Quell'anno non presi mai meno di 8.

Una sfilza di 8, 8 e mezzo, 8 al 9, 9.

Ora mi chiedo: ma perchè non ne ho tenuto nemmeno uno di quei temi?

Perchè non ho fatto la raccolta di quelle storie che scrivevo così bene, di getto, senza avere nemmeno il bisogno di modificare nulla?

Oggi rileggermi sarebbe straordinario, mi piacerebbe anche solo rivedere la mia grafia di allora.

Io ricordo che ogni volta mi stupivo di quei risultati ed anche del fatto che regolarmente quello che avevo scritto in prima battuta andasse bene com'era, che non avesse bisogno di correzioni, nè mie nè tantomeno dell'insegnante. Che tra l'altro fu con noi solo quell'anno, era una che ci considerava adulti e ci dava del lei, una tutta d'un pezzo che non faceva sconti e non cedeva mai a qualche sentimentalismo o gesto tenero. Mentre quella che aveva passato con noi i primi 4 anni era stata una vera chioccia, una che sulla correzione del tema, a parte i tratti rossi, scriveva sempre ad ognuno un pensiero conclusivo, un commento che riassumeva quello che pensava di noi sulla base di quello che avevamo espresso nel tema.

Con me era sempre tosta ma si capiva che lo faceva per stimolarmi. Una volta nell'angolo in alto a sinistra del mio foglio protocollo scrisse solo:

Impara ad usare intelligentemente la tua intelligenza!

Ci pensai tantissimo a quella frase, per alcuni versi mi fece provare anche un po' di vergogna, e ancora oggi mi tornano a volte in mente quelle parole, quando mi accorgo che anche se ho fatto la scelta giusta, sbaglio i  modi o i tempi e non ottengo quello che voglio, non raggiungo l'obiettivo.

Dicevo che alla restituzione di ogni compito in classe io mi stupivo che ancora una volta fosse andato così bene da indurla a chiedermi di leggerlo a voce alta, mi sembrava che stessi imbrogliando, che non erano poi così belli, così corretti, così giusti nell'elaborazione di quanto ci aveva chiesto.

E infatti all'esame di maturità presi solo 7,5 facendo degli errori grossolani. "Destrorso" scrissi, tra l'altro, e non fu accettato. Era un tema su argomenti politici, ed io all'epoca mi scaldavo molto per questo e credo che l'esaminatore esterno, sardo, fosse un po' fascio. Così decisi che l'esame finale dimostrava che per tutto il resto dell'anno avevo imbrogliato davvero.

Forse per questo non ne ho conservato uno, di quegli scritti, che pure oggi mi direbbero delle cose anche significative di  me. 

Forse in fondo non ho mai creduto veramente in me, ma ho sempre e solo finto di farlo.

Ed anche su questo c'è molto da lavorare.

V.

venerdì 10 novembre 2023

LISTA DI COMPLIMENTI ABITUALI

Non sai guidare.

Con quegli orecchini sei grezza (davanti a tutti).

Che rumore quei braccialetti, sembri una mucca.

Quando esci da lavoro, invece di andare a fare l’aperitivo dovresti andare a pulire casa, fare una lavatrice, cucinare. Se lo sapesse mia madre!

Sua madre scende a casa sua dopo una delle prime cene insieme: poteva almeno lavare i piatti.

Ma come facevi a guidare la moto se non riesci neanche a camminare.

È ancora molto lungo questo racconto?

Non sai cucinare.

I piatti li lavo io che li lavo meglio.

Com’erano le linguine alle vongole? Buone, ma io le avrei fatte meglio.

Potevi dartela una pettinata (davanti a tutti).

E non pensare di fare l’amore stasera, non se ne parla.

Hai l’alito che odora di alcool, nonostante non bevessi dalla sera prima: è impossibile perché da ieri avrai mangiato qualcosa e di solito quando uno mangia l’odore dell’alcool sparisce, quindi se ora lo sento è perché hai bevuto prima di venire da me.

Non ti bacio perché sai di alcool (pur non avendo bevuto proprio nulla e detto da uno che inizia la giornata alle 7 del mattino con il caffè corretto Sambuca).

Sorridente con i tuoi amici al Bar Tabacchi (con le emoticon delle risate) dopo avermi chiuso il telefono in faccia ed essere sparito per giorni.

Avevi ragione, tizio scopa con tizia. Risposta: beato lui!

Sei una deficiente ignorante.

Lei è migliore di te perché è giovane.

Quella tipa è proprio tanta roba (mentre guarda fuori dalla finestra passare una in bicicletta) e qualche giorno dopo, appena finito di fare l’amore, affacciato alla finestra per fumare: la tipa dell’altra sera non è più passata. Cosa faresti se si avvicinasse? Una così non verrebbe mai con me (ergo: io che sono venuta con te non sono granché).

Sul letto a guardare la TV, mi avvicino per accoccolarmi a lui, mi scaccia con la mano: sto guardando il film, ho caldo, mi dai fastidio, mi fai venire male al braccio.

Non ti amo e non ti ho mai amata.

Certe cose da me non le avrai mai.

Quelli vogliono solo scoparti (parlando dei miei amici).

Il sesso che sono sempre solo delle sveltine e solo quando ne ha voglia lui.

La tua casa fa schifo.

Mentre sto cantando allegra insieme al concorrente del programma che guardo sempre: ah questo è il programma di merda che ti piace tanto?

Ma cosa guardi la TV se c’è da apparecchiare la tavola (sono le sette di sera in piena estate e non ha ancora iniziato a cucinare).

Cucina sempre lui perché: perché? Sei capace a cucinare tu?

Domani vado dal parrucchiere: ti fai la tinta? (dopo avermi fatto notare diverse volte alcuni fili bianchi tra i capelli).

Andiamo a cena una sera ché voglio indossare il mio tubino nero. Con quella pancia?

Se vuoi andare d’accordo con me questo non lo devi fare, altrimenti non mi vedi più.

Nei rari momenti di consapevolezza e lucidità, forse suscitati dalla mia presenza calda e il mio affetto puro: “Ma secondo te è giusto che una persona come te voglia bene ad uno come me?”. O forse lo sopravvaluto e quelle erano solo altre forme di manipolazione per compensare i tanti gesti negativi e sprezzanti e mantenermi buona in caso di bisogno. Come quando gli servivano soldi.

 

In pratica nel suo piccolo mondo, nella sua sgangherata cerchia di persone disagiate, dalla famiglia agli amici, io sono l’ubriacona che non sa guidare, non sa cucinare né curare la propria casa.

Invece, io sono una donna di 48 anni:

autonoma e indipendente da quando ne avevo 25, con un lavoro fisso da 24, che vive da sola pagando un mutuo da 19, che guida l’auto da 29, passando da 5 di scooter e 4 di motocicletta (con cui ho girato mezza Italia percorrendo tanti km da sola ed tanti altri insieme ad un mucchio di persone diverse, senza mai un problema). Lavoro, cucino, pulisco casa, faccio la spesa e mi prendo cura di due gatti in totale autonomia.

Ma anche se non sapessi fare nulla di tutto questo o se non lo facessi secondo una qualche perfezione che ha stabilito qualcun altro non so a che titolo, sarei in ogni caso una persona adulta e matura, degna di rispetto e soprattutto di amore. Soprattutto ho sempre cercato di essere una persona libera, senza vincoli troppo stretti che mi chiudessero in un ruolo. Da adulta mi sono sempre ribellata a qualunque forma di costrizione, ho sempre cercato di camminare secondo il mio passo personale, ho sempre fatto scelte dettate dalle mie riflessioni o dai miei sentimenti, senza badare troppo alle opinioni altrui, senza farmi condizionare troppo dalle scelte altrui.

In questa storia sono crollata miseramente convinta che stavo finalmente imparando a scendere a compromessi, a comprendere di più le esigenze dell’altro, a tollerare meglio situazioni tanto distanti da me e dal mio modo di vedere le cose, pensando che ne valesse la pena. Per alcuni sono diventata irriconoscibile, abituati ad una Valentina tosta che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Ero convinta di amarlo, soprattutto, ma ora che la distanza è sempre più ampia, ora che leggo e mi informo su certe forme di relazioni tossiche mi rendo conto che forse ho vissuto solo un forte senso di attaccamento che non ha nulla a che fare con l’amore. Questo mi aiuta ad allontanarmi, sempre più sicura e serena che sia la cosa giusta.

Ho un tumore al polmone sx diagnosticato 4 anni fa, faccio regolarmente terapia ed esami di controllo da allora senza essere mai accompagnata da nessuno e non mi sono mai lamentata di nulla né ho mai usato la mia malattia per raggiungere altri scopi.

Ho sempre avuto un rapporto delicato con l’alcool: periodi in cui non ci siamo nemmeno sfiorati ed altri in cui ci siamo incontrati quotidianamente ma senza che questa relazione compromettesse mai nulla nel resto della mia vita. Certo, in alcune serate con lui il rapporto è diventato distruttivo perché frustrata dall’insoddisfazione e dalle mancanze che percepivo e che non avevo modo di affrontare. Avrei dovuto lasciare andare una persona che chiaramente non mi voleva davvero, invece mi sono intestardita in una relazione che mi ha risvegliato traumi passati e in cui inconsciamente credo di aver cercato riscatto e compensazione alle mancanze vissute da bambina.

Ma la vita non funziona così.

Le guarigioni non si ottengono così.

Ora lo so e lavorerò di conseguenza.

Sono una persona fortunata

Negli ultimi anni ogni volta che mi succede qualcosa di forte anche se negativo

Mi viene fuori una forza e un atteggiamento positivo verso la vita che mi sorprende ogni volta

Mentre ricordo benissimo come andavo profondamente a terra prima e mi chiudevo e facevo una fatica assurda a risalire

E sono certa che questo cambiamento è avvenuto a piccoli passi di fronte alle piccole avversità che pure ho sempre risolto

Ma poi è esploso fragorosamente quando ho saputo di avere il cancro

mercoledì 8 novembre 2023

25 Aprile 2022 - 25 Aprile 2023

In tutta questa storia orribile che ho vissuto, tutto ciò che riguarda la piccola mi ricompensa di ogni delusione e sofferenza e l’esperienza con lei rimarrà per sempre un ricordo bellissimo, ma non proverò mai più la nostalgia di tutte le volte in cui a causa dei problemi con lui ho dovuto rinunciare a lei. Adesso a volte mi tornano in mente delle cose legate a lei e mi viene solo da sorridere, non mi si stringe più il cuore come succedeva prima. 

Magari sto guarendo. 

E poi io sono convinta che la vita segua dei percorsi tutti suoi e se dovrà essere, sarà. 

Ricordo una domenica sera che dopo cena stavo per tornare a casa e lei guardò il padre con quel musetto triste e disse: “Papà, ma Valentina non può venire a vivere con noi?”. 

E la domenica dopo la passeggiata alla festa di zona lei mi chiese di pranzare con tutti loro su dalla nonna, ma io le risposi che non potevo perché dovevo andare da mia madre che era sola. Invece tornai a casa mia, perché quando stavo con loro io non prendevo mai impegni con nessuno, speravo sempre di pranzare assieme e solo all’ultimo scoprivo cosa avessero organizzato e regolarmente venivo esclusa. 

Mi piace pensare a quella volta che arrivò con sua madre al bar e quando mi vide spalancò la bocca e gli occhi dalla sorpresa, rimase pietrificata e poi corse ad abbracciarmi. 

O la volta che in piscina estrassi la carta igienica dallo zaino e lei disse: “Tu sei strana!”, e io: “Amore, siamo tutti un po’ strani”, e lei: “Ma tu di più!”. 

O tutte le volte che giocavamo con le carte della pasticceria e lei mi chiedeva: “Ti sei incastrata?” 

O quando l’ultima volta che ci siamo viste, suo padre andò a prenderla con la mia auto e lei esplose, contenta: “Ma questa è la macchina di Valentina!”, e appena salì mi disse: “Però questa macchina è proprio sporca!” 

O tutte le volte che saliva a casa mia, si guardava intorno alla ricerca della gatta e mi chiedeva, timorosa: “Ma ha gli artigli?”, e dopo: “Hai una casa fantastica!” 

O quel bellissimo sabato mattina che passai con lei perché nessun altro era disponibile e passammo il tempo un po’ giocando un po’ guardando i cartoni. Lui si fermò a fare la spesa prima di rientrare e quando entrò in casa trovò la tavola apparecchiata e noi tranquille a giocare in camera.

Oppure le volte che si accoccolava sul letto vicino a me per vedere un cartone il sabato sera, o quando al cinema commentava con me le scene che la colpivano di più. 

Ma in assoluto la volta più bella fu quando dopo l’ultimo film al cinema lui ci lasciò sole per fare una commissione e noi salimmo a casa mia a dare una scatoletta alla gatta. Dopo andammo a piedi fino al bar per vedere la partita. Lì c’erano tutti gli altri che festeggiavano la vittoria di una partita della loro squadra: musica, risate, cori e tutti, ma tutti dopo mi raccontarono che quando ci videro arrivare, camminando per strada una accanto all’altra, ridendo e chiacchierando, pensarono che eravamo bellissime, che si percepiva la bella intesa che c’era tra noi e che io sembravo un’altra persona. Lei si mise a giocare con tutti loro e sorrideva sempre.

Ecco, di lei ricordo che quando c'ero io sorrideva sempre.

A parte quella volta che pianse tutte le sue lacrime perchè le avevo promesso di portarla in un bel posto, era Portici di Carta, in centro, dove sicuramente avremmo trovato anche degli spazi per i bambini, ma i nonni rientrarono proprio in quel momento e ci impedirono di uscire.

Oppure era bellissimo quando andavamo al MacDonald’s e lei voleva sempre giocare con me al videogioco della gallina che deve attraversare la strada mentre passano macchine, camion, treni e ogni volta che non riusciva ad evitare qualche mezzo e finiva spiaccicata sull’asfalto ridevamo come pazze. 

O quando faceva mille smorfie buffe quando la fotografavo. 

Oddio! E quella volta che saltò la scuola per due settimane perché era stata male e al rientro si presentò con una busta con la V sopra al cui interno c’erano un ritratto di me e la mascherina di carnevale e suo padre mi disse che non stava più nella pelle perché non vedeva l’ora di darmela. 

O quando finì in ospedale e al padre che stava andando a trovarla chiese: “Papà, mi porti solo i gattini di legno?”, che gli avevo regalato io l’ultima volta che ci eravamo viste. 

E mille altri bellissimi momenti e sensazioni che mi ha trasmesso e che mi tornano in mente all’improvviso anche solo per assonanza con altre cose che sto facendo, tipo l’altro giorno, camminavo di ritorno dalla pausa pranzo con gli stessi stivali di quella domenica mattina che rientrando dalla festa di zona le dissi di non strascicare i piedi ma alzarli un po’ di più e lei mi rispose: “Ma anche tu fai così!”, ed in effetti anche io quando ho le scarpe basse tendo a strusciarle per terra. 

O anche solo il fatto che dopo tanti mesi dall’ultimo incontro la prima cosa che mi disse fu: “Hai tagliato i capelli e hai messo gli occhiali”. Era bello dopo ogni pausa dal rapporto con suo padre ritrovarla più alta, un po’ cresciuta rispetto alla volta prima. Come quando la misurai a casa mia e feci il segno con la matita che è ancora sul muro: 

1 metro e 20 cm – Alyson

Tutte queste cose che ogni tanto mi salgono alla memoria mentre sto facendo altro, mi scaldano adesso il cuore e mi aiutano a vedere il lato positivo di quella che è stata in realtà una delle esperienze più negative della mia vita a livello sentimentale. Mi permettono di non buttare tutto nel cesso e non vivere tutto come un pozzo buio. Danno un po’ di luce a lunghi mesi dedicati ad una storia che non ha mai avuto senso e una persona che non è mai stata alla mia altezza e non ha mai meritato di avermi nella sua vita. 

Tutti oggi obbietterebbero che invece avrei dovuto organizzare di più le mie cose, le mie persone, il mio mondo, ma io mi difenderei con la storia che non è semplice farlo quando stai con una persona che non c’è mai e quando c’è, cerchi di sfruttare il momento. Ma un'altra parte di me ammetterebbe che lui non c’era mai per scelta deliberata ed io avrei dovuto capire che era inutile continuare ad aspettare una persona così, ma in quel momento non riuscivo a fare diversamente. 

E su questo c’è molto da lavorare. 

Ma penso e spero che quest’ennesimo schiaffo in faccia dato senza il minimo rimorso (da lei, ma in realtà io l’ho ricevuto da lui) mi sia di grande lezione.

V.

martedì 3 febbraio 2015

Takeoff

- Ti ricordi quando andavamo a vedere gli aerei decollare?
“No”.
- Ma come no!? Andavamo a piedi fino alla stazione, prendevamo la corriera che porta all’aeroporto e ce ne stavamo per ore dietro la recinzione più esterna in attesa che un aereo decollasse. Poi lo seguivamo muso al cielo finché non scompariva virando per la sua a noi ignota destinazione. Io immaginavo viaggi senza ritorno in isole caraibiche, mi vedevo disteso su spiagge bianche a prendere il sole e sorseggiare cocktail freschi mentre dal piccolo chiosco di palme arrivavano le note calde di una musica tribale.
“Io non lo ricordo”.
- Beh, è normale, questo non puoi ricordarlo perché io lo immaginavo ma non lo dicevo a voce alta, un po’ mi vergognavo di avere sogni così semplici. Tu eri così seria, stretta nel tuo cappottino, il muso imbronciato e gli occhi attenti, guardavi tutto con l’aria di una bambina già cresciuta che sapeva bene quello che voleva, e quello che volevi era sicuramente qualcosa di più importante e profondo dei miei sogni frivoli di spiagge e divertimento.
“Ah ecco, ora capisco perché non ricordo di aver passato tante ore a guardare gli aerei volare: ero troppo piccola”.
- Sì, eri ancora una bambina, ma credevo che te lo ricordassi, tu eri diversa dalle altre bambine. Come ora sei diversa dalle altre donne.
“Ah sì? E cosa avevo di così diverso quand’ero una bambina?”.
- Non ricordi nemmeno questo?

Lei mosse appena il viso smunto in segno di diniego, negli occhi un’espressione spazientita mista a curiosità. Finchè la seconda fosse perdurata avrebbe tenuto a bada la prima: non le piacevano i giri larghi, le persone che avevano bisogno di preparare terreno e atmosfera per affrontare un argomento importante. Lei era molto più diretta, andava subito al sodo ed ora avrebbe volutohe suo padre facesse lo stesso, perché capiva che stava cercando di dirle qualcosa di serio, forse spiacevole, e questo tergiversare la rendeva nervosa. Temeva di non essere in grado di sopportare il peso della notizia che suo padre si preparava a darle. O forse era lui a dubitare che lei fosse abbastanza forte. E questo la indisponeva ancora di più. Che suo padre non si fidasse del suo carattere era proprio inaccettabile, soprattutto adesso che le stava facendo questo bel discorsetto su quanto lei fosse stata una bambina diversa dalle altre.

- Quando eri piccola, diciamo intorno ai 6 o 7 anni, mentre gli altri bambini si riunivano in cortile a giocare, tu te ne stavi in camera tua, con la porta chiusa. Ogni tanto tua madre ed io ci affacciavamo di soppiatto per spiare cosa combinassi. Al di qua della porta aleggiava un alone di mistero, non sentivamo rumori né movimenti ma allo stesso tempo non eravamo preoccupati: avevamo come la sensazione che tu fossi tranquilla e al sicuro, che non ci fosse nulla di strano se da una stanza chiusa in cui ti trovavi tu, non giungesse nessun segno di vita. Tu eri fatta così: sapevi stare da sola, occupare il tempo e lo spazio col tuo corpicino piccolo e insonorizzato. Le volte in cui abbiamo infilato la testa nella tua stanza, ti abbiamo vista danzare al suono di una musica che non sapevamo dove avessi preso, come ti fossi procurata. Eppure era lì, suonava nel giradischi e tu danzavi al ritmo di quel suono inventando passi e movenze eleganti e leggere, ma lontane da qualunque stile avessimo mai visto.

“Uhm, fece lei, e non avete mai pensato di iscrivermi a un corso di danza vera?”
- Eravamo impreparati, spiazzati da questa tua inclinazione. Pensavamo che la danza fosse una passione per ricchi e noi non lo eravamo.
“Uhm … ma non avete mai provato a informarvi sui costi, a chiedere a qualcuno?”

Suo padre scosse la testa, strinse un po’ le labbra come faceva quando si sentiva mortificato e non se la sentiva di inventare scuse, non con lei. Con lei era sempre stato sincero, le aveva sempre parlato col cuore aperto, senza risparmiarle nulla ma senza nemmeno addolcire qualcosa che non lo fosse da sé. Era l’unica maniera che conosceva perché l’aveva sempre considerata una persona adulta e non aveva mai sentito la necessità di fare giri di parole con lei.
“Però mi avete iscritta in piscina anche se inventavo un mal di pancia diverso tutte le volte che avevo una lezione. E alla fine non ho imparato a nuotare”.
- Come no! Nuoti benissimo!
“Certo che nuoto benissimo, ma ho imparato da sola, al mare. La piscina non mi è servita a nulla. La odiavo. Odiavo l’odore di cloro che mi investiva appena varcavo la soglia dell’edificio. Odiavo il pavimento freddo e scivoloso a bordo piscina, su cui facevamo riscaldamento prima di entrare in acqua. Odiavo il sapore dell’acqua che mi bruciava in gola ogni volta che “bevevo”. E “bevevo” sempre… Odiavo l’umidità che mi restava appiccicata ai capelli e alla pelle, quando mi rivestivo di fretta dopo la doccia, perché c’era il pulmino che partiva ad una certa ora e non potevamo farlo aspettare”.
- Mamma mia! E che era ‘na tortura ‘sta piscina?
“Dici che ho esagerato?” lo disse col tono ironico che usava sempre per sdrammatizzare dopo aver enfatizzato i difetti di qualcuno o qualcosa per suscitare una reazione, tenere vivo l’interesse del suo interlocutore mentre raccontava. Portarlo anche all’esasperazione se era il caso. Suo padre conosceva i suoi trucchi e non ci cascava più. Sapeva che stava drammatizzando per farlo sentire in colpa di proposito e poi dirgli semplicemente che non avrebbe seguito nemmeno un corso di danza da bambina perché era troppo pigra già allora per resistere ad allenamenti così duri.

“Comunque scherzavo, pa', non credo che avrei retto agli allenamenti di danza vera e poi ero rotondetta da piccola, sai le risate con un tutù, magari rosa! Oddio no! Per fortuna che non mi avete iscritta ad un corso di danza” esclamò ridendo mentre si immaginava chiusa dentro un costume troppo stretto. “Ma tu, cosa volevi dirmi quando hai iniziato a parlare di aerei e decolli, poco fa?”.
- Ma niente, rispose suo padre vago e per nulla convincente. - Volevo solo ricordarti che di aerei ne partono in continuazione. Ma ne arrivano altrettanti.

Lei non si voltò a guardarlo, non ne aveva bisogno. Poteva indovinare i suoi occhi lucidi e sapeva che l'avrebbe imbarazzato. Si limitò a prendergli la mano, stesa lungo il suo corpo, a pochi centimetri dalla sua. E la strinse. Forte.


A Guido, che tra pochi giorni è di nuovo il suo compleanno ma non lo festeggerà. A mio padre, di cui un giorno di alcuni anni fa, col sentimento di malinconia generato da un vero decollo, mi sono immaginata l'espisodio che ho scritto, come se lui avesse avuto il tempo di prepararmi all'evento della sua scomparsa. E a tutte le persone che ho perso, fisicamente e metaforicamente, per scelta oppure no.